Vale la pena fare grandi sacrifici per poi trovarsi con un pugno di mosche in mano?

Diversi testimoni di Geova hanno sacrificato sull’altare dei sacrifici la loro vita per poi vedere vanificate tante rinunce fatte per amore della verità. L’idea che la vita eterna passi sotto l’ombra di molti sacrifici è una caratteristica principale delle religioni.

I discepoli di Gesù sono tenuti a immolarsi per amore della “verità”? E se sì, di quali sacrifici e di quale verità si parla? E se, come dicono molti, non fosse così? Quando la Bibbia parla di spirito di sacrificio a cosa esattamente si riferisce? Contrariamente a quanto si crede, la Bibbia ci insegna a liberare la vita dal peso inutile e a volte distruttivo del sacrificio. L’ideale morale che la vita debba essere fatta di sacrifici per essere approvata da Dio può dipendere da una cattiva interpretazione dell’insegnamento di Cristo?

LA NOSTRA INCLINAZIONE ALL’EGOISMO

Lo spirito di sacrificio così come inteso dalle religioni in generale, va ben oltre la dimensione religiosa. Molti si consacrano alla passione del sacrificio anziché agli obiettivi del sacrificio. Chi si sacrifica per “amore” del sacrificio, prova piacere in esso. Si tratta di un modello di pensiero che spinge la persona a provare piacere e godimento nel sacrificio in sé. Una persona del genere fa sacrifici, non in vista del premio della vita eterna, ma per provare a soddisfare il suo piacere nel sacrificio, qualunque esso sia. Gode per il sacrificio non per la ricompensa. Non attende la ricompensa finale, lui deve godere al momento. Si tratta di un modo squilibrato di provare soddisfazione, perché il sacrificio diviene esso stesso un piacere, un modo inconscio di una soddisfazione inquietante.

Non è certamente questo lo spirito di sacrificio che Gesù insegnò ai suoi discepoli. A un osservatore esterno la cosa fa nascere dubbi, ma il soggetto interessato i dubbi non se li pone affatto. Lui prova passione nel sacrificio anche se questo lo soddisfa in un senso ma lo danneggia in altri.

Questo pensiero ci aiuta a capire i motivi di alcuni che in congregazione in apparenza vivono di sacrifici, di dedizione verso il prossimo, di impegni teocratici e di responsabilità organizzative. Perché lo fanno? Vivono in vista della ricompensa di Dio? Vivono per soddisfare inconsciamente una passione per il sacrificio? Oppure vivono perché rinunciano consapevolmente ai loro interessi per il bene degli altri?

Questo non significa che sia sbagliato provare una sana ed equilibrata soddisfazione nel fare certi sacrifici. Altrimenti il detto: “C’è più felicità nel dare che nel ricevere” non avrebbe senso. Ciò a cui ci riferiamo è a un piacere distorto e nevrotico, a un sacrificio che ha relazione più con l’egoismo che con l’altruismo. Quando un individuo del genere non prova più passione per il sacrificio cessa di farne. Cercherà altri modi per soddisfare il suo desiderio.

Altri soffrono di un senso eccessivo di colpevolezza. Per questi, lo spirito di sacrificio non è orientato verso il prossimo ma verso di loro. Pur di soddisfare il proprio desiderio, a loro non importa se ci vanno di mezzo anche persone innocenti. Si votano all’autosacrificio, non come una donazione di sé. Non compiono opere di Dio per il bene dell’uomo, ma cercano di cancellare l’uomo nel nome di Dio. Questo ragionamento estremo è tipico dei terroristi religiosi. Alcuni, pur non agendo come i terroristi, vivono la loro vita alla ricerca di un colpevole che possa giustificare le loro scelte. Si gettano a capofitto nei social accusando chiunque pur di trovare un colpevole cui addossare le proprie colpe.

L’uomo che si colpevolizza e che colpevolizza, mortificandosi e mortificando gli altri, è convinto che Dio lo rimborsi eternamente per le sue pene. La verità rende liberi da questi concetti perversi. Il problema è che in ogni religione troviamo aderenti che vedono il male dappertutto anche in se stessi. Pensano che colpevolizzando e mortificando acquistino crediti da Dio. Trasformano Dio in un Istituto di Credito che si offre al suo debitore per estinguere ogni forma di debito.

Da questa logica della convenienza emerge la natura egoistica di chi si sacrifica: la rinuncia alla vita sociale, la vita piegata dal peso del sacrificio, l’obbedienza cieca ai superiori e alle tradizioni, l’autoflagellazione in vista di una ricompensa celeste. Costoro credono che Dio ha gettato l’uomo nel peccato per costringerlo a salvarsi per mezzo dei sacrifici del peccatore. Un simile ragionamento annulla totalmente il valore del sacrificio di riscatto di Gesù. Per queste persone il sacrificio assume la forma privilegiata del sacrificio di se stessi. Il loro sacrificio vale più di quello di Gesù.

Esiste un sacrificio che impone doveri morali il cui obiettivo è di trovare nel prossimo un risarcimento del sacrificio fatto. Alcuni si immolano per altri e amplificano in maniera smisurata il loro credito. Soffrono, rinunciano, pagano in prima persona, ma solo per ottenere il massimo vantaggio, cercano di guadagnarsi l’amicizia e la benevolenza. Si tratta di un sacrificio a manovra, in pratica è un ricatto morale, un sacrificio speculare, nel senso che ci si aspetta di ricevere in cambio più di quanto viene sacrificato.

I sacrifici fatti per ottenere la ricompensa e la gratificazione altrui dipendono in realtà dalla munificenza e dalla generosità dell’altro. E se l’altro ti ha fatto fesso? In questo caso chi si è sacrificato dovrebbe fare i conti con il dramma delle proprie responsabilità. Costui si è consegnato volontariamente nelle mani di un altro che ne ha approfittato per fare i suoi interessi. Non si possono addossare solamente all’altro le colpe delle proprie scelte. Troppo comodo.

Alcuni fanno sacrifici perché si sentono osservati dall’occhio del Grande Fratello, come descritto da Orwell, in 1984. Per non sentirsi perseguitati, minacciati, controllati dai superiori si attengono ai doveri religiosi. Il problema diventa serio quando credono che l’occhio che li scruta sia quello di Dio. Adempiono i loro doveri più per timore di una punizione che per libera scelta. Hanno una visione distorta di Dio Padre. Probabilmente hanno sofferto da adolescenti la tirannia del padre naturale e pensano che Dio sia lo stesso.

Molto pericolosi sono quei soggetti che fanno sacrifici in nome della Verità assoluta. Chi si identifica in una verità incontrovertibile, imperitura e settaria, generalmente annulla ogni rapporto umano. Per loro, la vita diventa una zavorra se impedisce la realizzazione della verità: l’uomo deve asservirsi alla verità e non viceversa. Dio ce ne scampi dagli alfieri della verità assoluta. Quanti ne abbiamo visti cadere sotto il vessillo della loro verità.

Per alcuni il dovere diventa la forma stessa del desiderio di fare sacrifici. Ogni agire ruota intorno al senso del dovere. Dovere di essere coerente con ciò in cui credono, dovere di rimanere leale al loro voto o vocazione. Costoro pensano che se non adempiono in maniera ligia i loro doveri, la vita non ha senso. Il dovere impone loro di non deviare a destra né a sinistra pena la sofferenza e il precipitare nel peccato. Assolvere ciecamente i propri incarichi e sottomettersi a tutto tondo a chi sta in alto, sono una caratteristica delle persone legate ai loro doveri.

Alcuni manifestano lo spirito degli operai della vigna. (Matteo 20:1-16) Vivere di sacrifici per attendersi la ricompensa non è l’indicazione che Gesù intende trasmettere con questa parabola. Non importa il numero delle ore lavorate o quanto tempo si è dedicato a fare sacrifici. Il punto importante è la risposta alla chiamata, rendersi disponibili. Non esiste la rivendicazione di una superiorità basata sugli anni di servizio. Chi è da tanti anni un servitore di Dio non può rivendicare a Dio un’equa ricompensa: più anni di verità più privilegi rispetto ai nuovi. Gesù insegna che le cose non funzionano in questo modo.

E’ naturale che chi è da più anni nella verità abbia fatto più sacrifici. Riceverà la ricompensa con la quale si era messo d’accordo con Geova. Che poi Dio decida di dare a un cristiano con meno anni di verità lo stesso compenso è libero di farlo. Non esiste la rivendicazione di un privilegio perché si è da più anni nella verità, aspettarsi un premio alla carriera o vantare una condizione di superiorità. A Dio importa la risposta alla sua chiamata non il sacrificio in sé. Infatti, Lui non smette di cercare durante la giornata altri lavoratori per la sua vigna. Quanti ne abbiamo conosciuti di cristiani che pensavano che gli anni di verità fossero un merito acquisito per ricevere privilegi. Rosi dall’invidia, diversi di loro hanno cessato di fare sacrifici.

Il percorso di autosacrificio come percorso di santificazione non trova avvallo nelle Scritture. Geova non esige sacrificio ma amore misericordioso. «Perciò andate e imparate che cosa significa questo: ‘Voglio misericordia, non sacrificio’. Io, infatti, non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Matteo 9:13. Per Gesù i sacrifici non sono al di sopra della natura umana. Il sacrificio di sé non garantisce una contropartita. Le parole di Gesù “non far sapere alla tua mano sinistra quello che fa la destra” (Matteo 6:3,4) mettono a soqquadro ogni rivendicazione di privilegi e ogni idea legata al dare per avere. Tutto il concetto del fare sacrifici si riassume nelle parole: “Dio ama chi dona con gioia”, “c’è più felicità nel dare che nel ricevere”. (2 Corinti 9:7; Atti 20:35). Perciò ogni cristiano deve chiedersi, non se vale la pena fare sacrifici, ma in vista di chi e di cosa mi sono sacrificato o continuo a sacrificarmi?

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Commenti (2)

  • Tommaso

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    Sono compiaciuto di averti ispirato questo post, se l’avessi pubblicato qualche anno fà …. ma come si sa la consapevolezza è un percorso e ci sono “tratti di strada” che devono essere percorsi, magari la parabola del figlio prodigo potrebbe essere “letta” anche in questo modo.

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    • inattivopuntoinfo

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      Siamo pure noi compiaciuti che leggi i nostri articoli e dedichi del tempo per esprimere i tuoi pensieri. L’articolo in questione nasce dall’amicizia fraterna tra un nostro articolista e un fratello che ora è inattivo, con il quale è stato insieme per molti anni nella stessa congregazione.

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