Vivere la congregazione

Si appartiene alla congregazione di Dio quando la si riconosce come la fonte della spiritualità cristiana da cui dipende la vita e il proprio futuro.

Si vive l’appartenenza alla congregazione di Geova quando si prova per essa un senso di gratitudine, ci si lascia coinvolgere liberamente nelle sue attività, sforzandosi di farlo con piena responsabilità, secondo i doni che ciascun membro riceve dallo Spirito Santo per l’edificazione dei fratelli.

La congregazione non può essere oggetto continuo di critiche distruttive, né questa può diventare l’opera principale del cristiano, sia che si associ oppure no. Non può esserci una critica unidirezionale. La critica che edifica nasce da un cuore buono e non dall’orgoglio e dal risentimento. Ognuno deve sentirsi partecipe dello scopo per cui Dio ha deciso l’esistenza della congregazione. Ci si deve sentire come collaboratori di Cristo e dei suoi fratelli.

L’ipocrisia non è accettabile nella santa congregazione. Non basta dichiararsi Testimoni di Geova per avere l’approvazione di Dio; non è sufficiente leggere e ascoltare la Bibbia se non la si mette in pratica; non serve dichiarare amore dal podio se per primo chi lo dice non mostra pieno amore. Che senso ha abbandonare la congregazione se qualcuno sbaglia o si comporta in malafede? Si inciampa facilmente e si guarda troppo il lato negativo degli altri fratelli? Alcuni pretendono standard elevati per poi essere loro i primi a non raggiungerli. Si pretende ma non si dà. Molti sono difficili da accontentare. Ogni piccola imperfezione li accende e ogni piccola richiesta di Dio li gela.

Se hai riconosciuto che questa è la congregazione di Dio e l’hai accettata dedicandoti alla sua opera, allora devi amarla per quella che è, nonostante le sue debolezze e imperfezioni, così come la ama Geova. Ognuno di noi è la congregazione. Non pensiamo che la congregazione siano sempre gli altri a formarla. Ognuno dà il suo contributo sia in positivo che in negativo, per edificare o per abbattere, per incoraggiare o per scoraggiare.

Se la congregazione cresce è perché tu la sostieni. Se è partecipativa è perché tu la frequenti. Se è attiva è perché tu lo sei altrettanto. Se è fedele a Dio è perché lo sei anche tu. Se ama perché tu ami. Se predica è perché tu ne fai parte. La congregazione sei tu, perché essa è esattamente il tuo specchio, il tuo riflesso spirituale, la luce nell’ombra delle tue imperfezioni. Nessuno ci ha obbligato a scegliere di dedicarci a Dio e alla sua congregazione. Finché siamo nella congregazione siamo per la congregazione. Ogni abbandono è una ferita per Dio e il suo popolo. Nessuno si rallegra delle defezioni.

È vero che alcuni lasciano per un atto di coerenza, perché riconoscono, dopo un discernimento serio, di non sentire più quella chiamata, quella vocazione di un tempo. Ma tanti altri, vengono meno alla fedeltà. Viviamo una cultura basata sulla precarietà, sul provvisorio e pensiamo che il servizio a Dio sia a tempo limitato, come se avessimo stipulato un contratto a termine. Non siamo Testimoni à la carte.

Alcuni sono convinti che la congregazione sia dominata da regole e si sentono prigionieri. E’ vero, alcuni anziani esagerano e a volte sono anche d’inciampo. Ma siamo così certi che la vita in questo mondo abbia meno regole della congregazione? E se anche così fosse, che tipo di regole morali sono?

Siamo Testimoni per, purtroppo alcuni lo sono contro. La monotonia, l’abitudinarismo, il peso delle responsabilità, le divisioni interne, la ricerca del privilegio e degli incarichi, una forma di autoritarismo e un’indifferenza a lasciar fare, rendono difficile servire Dio. Se viene meno la speranza viene meno la gioia di servire Geova. La vita fraterna in congregazione va alimentata con le virtù e le qualità personali. Se un fratello o una sorella non trova sostegno in congregazione lo andrà a cercare fuori. Senza una sana guida le pecore si disperdono.

La congregazione nasce non dalla volontà della carne, non da simpatie personali, ma da Dio e da suo Figlio che l’ha acquistata con il suo sangue. Essa si trasforma e si adatta ai tempi. Il fatto che non si vive più la “verità” in congregazione come una volta, non significa che la verità è cambiata. Di cambiato c’è solo l’adattamento della congregazione ai tempi in cui si muove ed esiste. Le trasformazioni e con esse il modo di intendere, vedere e applicare la Parola di Dio nella propria vita hanno suscitato in molti cristiani perplessità e incertezze, accompagnate da disillusioni. E’ vero che certi cambiamenti hanno prodotto in alcuni, effetti negativi, ma in altri anche effetti positivi. E’ normale che ogni cambiamento produca nuova vitalità, ma pone anche interrogativi.

In alcune congregazioni sembra che si sia perso il valore che essa rappresenta agli occhi di Geova e che non ci sia più un senso per andare avanti. I cambiamenti non sono fatti per allontanarsi o per sottrarsi alle proprie responsabilità, ma per incentivarle e per adattarle ai tempi. Forse a volte si precorrono, ma è meglio essere avanti che rimanere indietro e fare fatica poi a recuperare. Talvolta il sincero desiderio di servire in congregazione, l’attaccamento alle responsabilità, nonché le pressanti richieste ai bisogni mondiali della fratellanza, possono facilmente portare i nominati a sovraccaricarsi di lavoro, con una conseguente minor disponibilità di tempo per la vita in congregazione.

Molti dimenticano che la congregazione è il luogo dove nasce e si rafforza la fraternità. Al di fuori di essa è difficile realizzare quei progetti comunitari (predicazione, emigrazione, calamità naturali, accoglienza, eccetera). Prima di essere una Sala del Regno è una congregazione, prima di diventare una costruzione è una fratellanza. E’ vero, prima il mattone, ma di seguito la comunità, cioè il dono di Dio alla gente. Un dono variegato e non omologato, dove c’è rispetto per la diversità. E’ nella congregazione che si diventa fratelli. Si adora insieme e si prega insieme. In armonia con l’ammonimento di Gesù in Luca 21:36; “di pregare e vigilare”, la congregazione deve prendersi il tempo necessario per aver cura della sua qualità esistenziale. Non deve correre il rischio di affannarsi e di esaurirsi. Ogni cosa va fatta a tempo debito.

E’ in congregazione che si cresce insieme e lo si fa con una comunicativa attenta ai bisogni dell’altro. Quando manca la comunicazione tra fratelli l’adorazione diventa arida. I sorveglianti hanno perciò una seria responsabilità nel trasmettere amorevolmente l’insegnamento di Geova. Non devono abusare del ruolo che hanno né usarlo per i loro fini. Se qualcosa non va deve esser corretta prontamente con tatto e con lo spirito di migliorare, senza polemiche e dibattiti. Essendo formata da fratelli e sorelle, ciascuno è responsabile della crescita e della maturità propria e degli altri. Un tale percorso implica un arricchimento non solo spirituale che non conosce limiti, ma un arricchimento anche di ordine psicologico, culturale e sociale, valorizzandone l’identità cristiana di ciascun Testimone.

La vita fraterna in comune esige da parte dei proclamatori un buon equilibrio psicologico, entro cui possa maturare la vita affettiva del singolo. Ognuno deve sentirsi parte integrante di una famiglia mondiale, dove è rilevante la presenza calorosa, che “porta il peso” del fratello ferito e bisognoso d’aiuto. La comprensibile reazione verso certi anziani sentiti come troppo autoritari e rigidi, ha condotto a non comprendere in tutta la sua portata il ruolo dell’autorità che viene così da alcuni considerata addirittura non necessaria per la vita della comunità e da altri ridimensionata al mero compito di coordinamento. Non si possono privilegiare certi percorsi individuali a discapito dell’autorità costituita. La comunità cristiana non è un collettivo anonimo, ma è dotata, fin dall’inizio, di uomini fidati che hanno una certa autorità. L’autorità è un servizio agli altri e non viceversa.

Per questo deve trattarsi di un’autorità spirituale che ha come compito principale quello di far crescere l’amore in Dio e tra fratelli. Un’autorità che unisca, non che divida; che si preoccupi di creare il clima favorevole per la condivisione, che incoraggi i fratelli ad assumersi le responsabilità e che li ascolti volentieri; che pratichi il dialogo e che sappia infondere coraggio e speranza nei momenti difficili.

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