Vivere uno stato di negazione

Perché alcuni rimuovono fatti che risultano inaccettabili e negano nelle forme più strane una esperienza che li riguarda e che conoscono molto bene?

Gli psicologi lo chiamano diniego, cioè il rifiuto di riconoscere esperienze penose e aspetti di sé. Si crede di vedere qualcosa che nella realtà non esiste. Se nell’infanzia il diniego può non essere pericoloso, invece nell’adulto darebbe il via a un serio problema. Sembra che alcuni negano di provare determinati sentimenti che non accettano attribuendoli ad altri. Si tratta di un meccanismo di difesa per proteggersi da ciò che viene percepito come una minaccia, un’aggressione. In genere viene utilizzato per proteggere la propria autostima.

Finché si adoperano difese “normali”, queste nel tempo possono cambiare e divenire mutevoli. Il problema si fa serio quando diventano patologiche. Quando un adulto utilizza il diniego, indica la presenza di un disturbo nella sua capacità di valutare la realtà. Un esempio di diniego è quello in cui un malato terminale, nega la sua morte imminente; oppure una vedova che, molti mesi dopo la morte del marito, continua ad apparecchiare per due. A volte l’impulso sbagliato può essere compiuto con un altro atto che cancella simbolicamente quanto precedentemente manifestato.

Per fare un esempio biblico, quando gli scribi e i farisei condussero da Gesù una donna colta in adulterio, per metterlo alla prova gli chiesero, persistendo, qual era il suo punto di vista in un caso del genere. “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” fu la risposta. I fatti raccontano che uno per uno se ne andarono via e non la lapidarono, nonostante Mosè prescrivesse la lapidazione per quel peccato*. In questo caso, Gesù mette in evidenza una realtà che gli accusatori negavano: erano tutti peccatori e meritevoli di morte, ma nel caso di un peccato altrui erano pronti a giustiziare la donna.

Si nega quindi una propria condizione senza prendere alcun provvedimento, ma si agisce con zelo quando l’errore riguarda altri. Messi di fronte alla natura vera della realtà, gli scribi e i farisei non poterono fare altro che constatare che Gesù aveva ragione. Ma secondo il loro punto di vista essi non avevano nemmeno torto. Distorcevano la realtà e negavano di essere peccatori. In effetti, invece di cambiare atteggiamento si ostinarono di più cercando di cogliere Gesù in errore per condannarlo a morte. Inoltre, Gesù pone davanti ai farisei una loro contraddizione: Tu che giudichi sei innocente?

Se ho commesso un peccato e nego di averlo compiuto, però lo vedo in altri, allora qualche problema ce l’ho. Non vi pare? Chi ha questa attitudine camuffa i suoi errori nei modi più strampalati, a volte da risultare persino irriconoscibili. Quando veniamo a conoscenza di informazioni o di fatti negativi sulla nostra religione tendiamo a negarli o a bollarli come frutto di pregiudizi e di azioni manipolative da parte di oppositori, di apostati o di giornalisti compiacenti. In alcuni casi è vero, in altri no. Questo vale sia per chi la pensa diversamente dai tdG e li accusa, sia per chi è un tdG e accusa gli accusatori.

Quando si decide di evitare consciamente queste informazioni, non sappiamo quanto escludiamo e quanto accettiamo. Il più delle volte le recepiamo in maniera passiva. A volte non ci fanno né caldo né freddo. C’è da dire che quando il diniego si muove tra consapevolezza e inconsapevolezza può avere danni incalcolabili, perché escludiamo ogni azione, ogni possibile reazione che possa cambiare o invertire il corso degli eventi, naturalmente se questa informazione fosse vera e reale.

Ogni diniego comporta una distorsione della propria condizione psicologica e spirituale. «Nel diniego letterale – scrive Galimberti nel suo libro I vizi capitali e i nuovi vizi – non si vuole sapere ciò che si sa, in quello interpretativo si vuole evitare, attraverso una riformulazione di comodo dei fatti, di essere interpellati legalmente o moralmente, in quello implicito si visualizzano i fatti come estranei alla propria competenza, in modo da sentirsi esonerati da un pronto intervento. Per arrivare a queste conclusioni è necessaria una falsificazione del nostro apparato cognitivo (non riconoscere i fatti che si conoscono), emozionale (non provare sentimenti di fronte a fatti che li sollecitano), morale (non riconoscere nei fatti alcuna valenza di ingiustizia o di responsabilità), e di azione (non agire in risposta a quanto conosciamo)».

E’ vero che in ambito congregazionale per procedere in maniera disciplinare di fronte a un determinato peccato ci vogliono due testimoni. Non si tratta solo di una questione legale ma anche morale. Pur non potendo condannare un colpevole per mancanza di prove, non si può lasciare impunito moralmente chi viene accusato di abuso. La persona abusata che confessa è di per sé una prova “morale”. In lei c’è il fatto violento compiuto e vissuto in maniera traumatica. Se non si può agire legalmente si può farlo moralmente. Altrimenti, come detto nel paragrafo sopra, può subentrare un triplice diniego: interpretativo, morale e di azione.

Se mettiamo, dunque, da parte credenze e pregiudizi, per entrare nel nostro intimo, ci accorgiamo che il diniego è diffuso in forme e in maniere insospettabili. Ci sono famiglie che negano o ignorano abusi sessuali al loro interno, violenza, alcolismo, infelicità, mantenendo un atteggiamento di assoluta normalità. Galimberti la definisce la morale della vicinanza. Una volta, quando i mezzi di informazione non erano così diffusi e alla portata di chiunque, certi fatti rimanevano in una cerchia ristretta. Oggi le cose sono diverse e in tempo reale si possono conoscere fatti che avvengono in un’altra parte del mondo. Qualora non si accettano i fatti si contrastano solo a colpi di diniego. Altre volte si reagisce con l’indifferenza o con l’insensibilità.

«Contro il diniego non dobbiamo invocare la verità – conclude il filosofo e psicoanalista italiano – che talvolta nemmeno a noi stessi possiamo ammettere, ma quel principio che la Rivoluzione francese ha messo in circolazione, e che è stato finora ignorato: non l’uguaglianza, non la libertà, che nel Novecento hanno contrapposto la visione comunista e capitalista del mondo, ma la fraternità. L’abbondanza di informazione, che è il tratto tipico del nostro tempo, ci rende infatti responsabili di ciò che sappiamo e, se non diventiamo sensibili alla fraternità, di fronte a quel che sappiamo diventiamo irrimediabilmente immorali, a colpi di diniego».

Come ci ricorda Isocrate: «Atene ha fatto si che il nome di elleni designi non più una stirpe (ghénos), ma un modo di pensare (diánoia). Per cui siano chiamati elleni non quelli che hanno in comune con noi il sangue, ma quelli che hanno in comune con noi una paideia». Paideia è la capacità di apprendere, che non si eredita con il sangue, ma si impara crescendo insieme, in fraternità.

In conclusione, negare i fatti significa mentire a se stessi, anche quando negare vuol dire difendersi o sopravvivere. Significa mettere la testa sotto la sabbia. Detto in altre parole: il diniego, che è una forma di autoinganno, si verifica quando non ci si rende conto di farlo, o almeno non sempre. Durante la nostra incoscienza, l’autoinganno/diniego attua il suo potere in modo silenzioso e camaleontico. La vera forza non sta nel negare ciecamente le tendenze peccaminose, ma nel riconoscerle e nel combatterle.

Perciò, rivolgendoci a voi cari fratelli lontani, non abbiate paura di ammettere davanti a voi stessi e davanti a Geova sotto quali aspetti siete più esposti alle tentazioni e alle pressioni. Questo non deve incidere sulla vostra fiducia in voi stessi, né farvi temere che Geova vi amerà di meno. Al contrario, se vi avvicinerete a Dio preoccupandovi sinceramente di avere la sua approvazione, egli si avvicinerà ancora di più a voi. — Giacomo 4:8.

Seghers, Il diniego di Pietro. Il dipinto in alto ritrae l’incontro di Pietro con una serva del sommo sacerdote nel momento in cui disse “Anche tu eri con Gesù il galileo!”. Pietro nega portandosi la mano sinistra al petto. La ricostruzione scenica avviene di notte accentuandone la drammaticità. Accanto alla serva c’è una guardia, Pietro si sente scoperto, in pericolo, e rinnega la persona a lui più cara. Lo sfondo rischiarato dal lume della candela fa risaltare la gestualità e i volti delle figure, in particolare quello preso alla sprovvista e timoroso dell’apostolo.

Lo zelo e la franchezza che Pietro manifestò il giorno di Pentecoste sono in netto contrasto col suo diniego di Gesù avvenuto circa sette settimane prima. In quell’occasione Pietro era rimasto paralizzato dal timore dell’uomo. (Matteo 26:69-75) Ma Gesù aveva fatto supplicazione a suo favore. (Luca 22:31, 32) Non c’è dubbio che l’apparizione di Gesù all’apostolo Pietro dopo la risurrezione lo rafforzò. (1 Corinti 15:5) Come risultato la fede di Pietro non venne meno. Di lì a poco si mise a predicare intrepidamente. E non predicò solo alla Pentecoste, ma per il resto della sua vita. Che dire se, come Pietro, abbiamo commesso qualche errore? Dimostriamo pentimento, chiediamo perdono in preghiera e compiamo i passi necessari per ricevere aiuto spirituale. (Giacomo 5:14-16) Poi possiamo andare avanti, fiduciosi che il nostro misericordioso Padre celeste, Geova, accetterà il sacro servizio che gli rendiamo. — Esodo 34:6.

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*Nella versione aggiornata della TNM questo episodio è stato omesso in quanto: “Vari manoscritti antichi e autorevoli omettono il brano che va dal vs 53 di questo capitolo [cap.7] al vs 11 del capitolo 8.

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