A volte è meglio l’intolleranza

Siamo così sicuri che la tolleranza sia un atteggiamento da promuovere senza riserve e che va difesa a tutti i costi? E se la tolleranza rappresentasse un vero pericolo all’interno della congregazione permettendo al lievito di “fermentare la massa”?

Cosa vuol dire tolleranza e poi verso chi dobbiamo mostrarla? Tolleranza significa sopportare, permettere, mostrare pazienza. Tollerare vuol dire permettere a chi è intollerante verso un Dio o che combatte la religione di un altro e sopportare tutto questo? Tollerare l’intollerante? Colui che dice: “Io sono nel giusto, io ho la verità e tu sei nel falso”?

Bisogna essere tolleranti con gli stupidi dall’atteggiamento arrogante e delirante che criticano negativamente con ignoranza il credo degli altri e che lanciano accuse ingiustificate? Beh, in questo caso preferiamo essere intolleranti. Il fatto che si tratti di persone poco intelligenti e che forse hanno una storia triste alle loro spalle, dovrebbe indurci ad avere pazienza e a tollerare chi critica e denigra altri in modo rabbioso?

Se si tollerasse questo spirito non si favorirebbe nelle comunità la moltiplicazione di questi atteggiamenti? Non si darebbe spazio e opportunità a chi cerca di ostacolare coloro che invece vogliono favorire il dialogo e la convivenza umana?

Tollerare la stupidità finisce per sminuire la serietà, l’intelligenza e il rispetto. Significa diffondere un delirio, una superficialità, una convinzione errata, pericolosa e controproducente. Se in nome della tolleranza viene dato il diritto a chiunque di intervenire e di dire la sua che ha lo scopo di distruggere e di demolire le opinioni o la fede altrui, allora c’è da chiedersi se abbiamo chiaro il concetto di tolleranza e di intolleranza.

In nome dell’intolleranza, persone del genere vanno buttate fuori dalle comunità, visto che da soli non se ne andrebbero di certo. Gli zizzaniosi cercano i tolleranti per ovvie regioni. Cosa ben diversa sono coloro che setacciano le idee in cui credono o la religione cui appartengono e ne evidenziano le incongruenze e sono soggetti alle ire disciplinari delle gerarchie. Cosa che succede da secoli in tutte le religioni. Nulla di nuovo da rimarcare.

L’indignazione non è violenza, ma è un’espressione della propria sofferenza verso qualcosa che è ritenuta non «degna». Indignarsi giustamente fa parte dell’intolleranza. E’ meglio un’intolleranza indignata che una tolleranza che sottovaluta il problema, che fa finta di niente, che non vede e che finge che esistano contrasti e conflitti. Basta con i silenzi-assensi a ogni tipo di comportamento inaccettabile.

Esistono cristiani che pensano seriamente e non hanno visibilità. E’ tempo che si mostrino e si facciano sentire contro i cosiddetti cristiani a denominazione d’origine controllata. Forse è tempo di essere intolleranti, che incomincino a parlare quelli che sono sempre stati zitti o che sono stati zittiti dall’arroganza e dalla stupidità.

Per difendere a qualunque costo ogni genere di tolleranza, molti hanno manifestato ogni genere di intolleranza.

Non ci riferiamo a una rivolta o a una ribellione. Per quanto ci riguarda noi ci occupiamo di inattivi e di anziani di congregazione. Il resto lo lasciamo agli altri. Diffidiamo comunque delle trasgressioni perché sono una disubbidienza guidata e strumentalizzata dai paladini delle finte libertà, da coloro che “promettono libertà e sono essi stessi prigionieri della corruzione”. (2 Pt 2:17-20)

La “rivolta” a cui ci riferiamo, cioé all’azione di rivoltare o di rivoltarsi dall’altra parte, è un modo corretto di dire “no” a certe vedute e a certi modi di fare, ed è la conseguenza di un’attenta analisi che dimostra quanto un certo modo di interpretare l’insegnamento di Cristo sia incompatibile con certi principi e valori che proprio Cristo ci ha insegnato. Ubbidire e stare sottomessi significa rinunciare alle proprie convinzioni e alla propria coerenza.

E’ in questo “no” che vanno inseriti i martiri della fede e tutti coloro che hanno lottato per migliorare la propria religione. L’ubbidienza non è mai scontata, a volte si rivolta contro. La storia insegna.

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IL PARADOSSO DI CHI SI OSTINA A VOLER CAMBIARE IL PENSIERO RELIGIOSO DEGLI ALTRI E NON IL SUO.

Normalmente, le religioni dicono di essere tolleranti. Avete mai provato a dire loro che si sbagliano e che i loro insegnamenti sono un errore? Come hanno reagito? Chi appartiene a una religione è vincolato da ogni dettaglio dottrinale e non concepisce l’idea di cambiare le cose fatte o quelle in cui crede fermamente. Se lo facesse la sua fede vacillerebbe di fronte ai suoi correligionari.

Chi è convinto del suo credo non riesce a immaginare che ci possano essere altri depositari della verità, né crede di essere in errore. Inoltre non desidera avere contatti sociali e spirituali con persone considerate in errore. Il suo timore è quello di essere contaminato spiritualmente o di venirne indebolito nella fede, perciò fa di tutto per ostacolare il diffondersi di opinioni diverse dalle sue.

In questo modo si tocca il punto estremo di intolleranza della tolleranza. La convinzione di possedere la verità senza ammettere libere indagini è un sistema educativo totalitario. La tolleranza, quella vera, libera da faziose incomprensioni, induce alla collaborazione e non alla discordia. «Nelle dispute dottrinali, ciascun credente ritiene che solo la sua opinione sia quella giusta e si indigna contro quelli che, anziché cambiare se stessi, si ostinano a farci cambiare». (Montesquieu)

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Approfondimento:

Legittimo indignarsi. Nella Bibbia ci sono numerosi esempi di giusta indignazione. Come possono aiutarci quando qualcuno offende la nostra coscienza morale?

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