Adunanze a distanza

Uno dei problemi delle adunanze a distanza è quello di non coinvolgere l’interezza del corpo e della socialità di ogni membro della congregazione.

La riunione in remoto assomiglia alla DAD (didattica a distanza) degli studenti in tempo di pandemia. La scuola è educazione e non solo istruzione. Similmente le adunanze hanno un riscontro biblico e servono a interagire sia spiritualmente sia fisicamente l’uno con l’altro.

I mesi di confinamento hanno costretto i vertici dei testimoni di Geova a ricorrere alle video conferenze su Zoom. Nonostante la buona volontà degli aderenti alla congregazione, le difficoltà sono state tante e i risultati, da quanto ne so, sono stati alterni. Oscillano le ricadute negative e le opinioni favorevoli. Altri accettano le video conferenze perché costretti da forza maggiore e le considerano realistiche visto il periodo di pandemia diffusa. Ognuno ha la sua idea in merito.

È cosa nota che la stragrande maggioranza dei testimoni di Geova considera le adunanze non solo il luogo dove ricevere istruzione biblica, ma anche un momento di aggregazione sociale e spirituale, dove scambiarsi pensieri e considerazioni.

La Sala del Regno è socialità, intensa come spazio corporeo per relazionarsi fisicamente, emotivamente e spiritualmente. Siamo dotati di grandi disposizioni sociali che si sviluppano in gruppi che interagiscono fra loro faccia a faccia.

Il rapporto con fratelli e sorelle amorevoli è indispensabile per la crescita fisica e spirituale. Più sono ampliati e più benefici se ne ricavano. In Sala del Regno ogni cristiano si dispone con altri confratelli per affrontare al meglio le difficoltà della vita.

La gestione delle emozioni, dello stress, l’empatia, la creatività e il pensiero critico – che non sono attitudini individuali – si sviluppano e si affinano all’interno di una comunità e quindi predispongono i vari membri a educarsi a vicenda e a promuoverne un buon uso.

Il benessere di ogni cristiano è intrinsecamente connesso con il gruppo e con la capacità di sapersi relazionare vis-a-vis. Vorrei sottolineare come la memoria è caratterizzante nel processo istruttivo ed educativo. La memoria è un’attività complessa e coinvolge l’attenzione, la fissazione, la conservazione e la rievocazione.

Il ricordo si fissa nella memoria quando ci sono aspetti significativi dal punto di vista emotivo e sociale. Più si è coinvolti in tutti i sensi (letteralmente) e più la memoria si attiva. I dispositivi elettronici non permettono di coinvolgere la congregazione come lo si fa dal vivo, poiché l’interazione sociale di vivere questa esperienza come significativa e di fissarla nella memoria ha maggiore successo quando si utilizzano dispositivi cartacei e non quelli virtuali.

Per comprendere questo aspetto, basti pensare ai gesti, ai movimenti, al modo di parlare, di interagire con l’uditorio,  guardarlo a 360 gradi, vedere le mani alzate e a rendersi conto della partecipazione visiva. Grazie a queste tracce visibili si può con facilità e immediatezza condividere i pensieri scritturali, che nessuno schermo è in grado di individuare.

Vogliamo parlare di baci, abbracci e carezze?

La congregazione, quella reale, non si basa soltanto sull’accesso alla conoscenza, all’educazione e alla circolazione di informazioni bibliche, ma si fonda soprattutto sul vincolo cristiano dell’amore reciproco e dell’edificazione spirituale.

Il passaggio provvisorio al digitale – non sappiamo ancora per quanto – dovrebbe essere una soluzione momentanea. Ma con quali effetti a lungo andare? Io non lo so e non immagino cosa.

Posso soltanto constatare che non siamo noi senza baci affettuosi, abbracci calorosi, sfiorarsi, porgersi la mano, stare seduti in Sala del Regno, cantare, parlare, partecipare. Il Corona ha già trasformato molti nostri usi. C’è sempre il timore di violare le norme e i diritti dell’altro a proteggersi dal contagio.

Siamo entrati in una sorta di prigione che ci impedisce di stare in contatto con i nostri fratelli. È vero non abbiamo altri strumenti per difenderci dal Covid-19 e la mia è soltanto un’analisi del momento che stiamo vivendo. Non perché occorra per forza stare vicino e scambiarsi affetti genuini per tirare avanti.

L’individualismo esasperato della nostra società va a braccetto con l’isolazionismo, con il distanziamento. Quelle che un tempo erano considerate malattie psicologiche, oggi sono diventate norme. Paradossalmente, coloro che già avevano una socialità ridotta (anche nelle congregazioni), ne soffrono di meno rispetto a chi aveva una vita attiva e dinamica. Il confinamento deprime gli attivi e non fa soffrire i solitari.

Andiamo avanti a singhiozzi, tra un dpcm e l’altro, tra notizie sempre più critiche e speranze che traballano. Molti che avevano recuperato la speranza ora la stanno perdendo. Questa è realtà che non si può negare.

Ci abitueremo a non incontraci più sino alla grande tribolazione o avremo ancora voglia di incontrarci? La distanza avrà il sopravvento o riusciremo a superarla? Ci blinderemo nelle nostre case o evaderemo a discapito della salute altrui? Rispetteremo le norme o le infrangeremo in nome della libertà?

Io non ho la risposta a questi interrogativi, credo che sia meglio lavorare su questi temi in modo più incisivo e consapevole e se poi viene fatto a livello direttivo su tutte le comunità mondiali credo sia un’ottima iniziativa, salvaguardare appunto la nostra salute emotiva, sociale e spirituale. Meno dottrina e più pratica preventiva.

P. de Bleis

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Commenti (1)

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    PENSARE IN DIGITALE E RESILIENZA
    Concordiamo con quasi tutto quello che hai scritto. Aggiungiamo due altri aspetti, che possono aiutare a vivere meglio le attività spirituali e cioè quello di pensare in digitale quando ci relazioniamo con i nostri fratelli o con le persone cui diamo testimonianza e mostrarsi resilienti. Pensavamo di essere digitali prima della pandemia. Abbiamo scoperto che non lo eravamo fino a quando l’emergenza da Covid ha digitalizzato le riunioni, la predicazione, le visite dei sorveglianti, le assemblee, le donazioni, la cura pastorale e gli svaghi.

    In questi mesi di isolamento, il digitale ha avuto un’accelerata notevole. Per noi cristiani, la prima grande trasformazione è stata e continua a essere nel modo di adorare Geova come comunità. I Testimoni di Geova, è bene ribadirlo, non sono rimasti indietro rispetto ad altre organizzazioni religiose e non possono essere criticati per non essere stati di pari passo con gli eventi che stiamo vivendo.

    Chi è in ritardo lo è a causa di mancanza di fiducia legata alla tecnologia o a un modo di pensare non più adatto ai tempi attuali. Per raggiungere gli obiettivi, che un tempo erano frutto degli incontri diretti, oggi per andare avanti e dopo lo scoppio del digitale è necessario imparare a pensare e agire in digitale. Inoltre, bisogna motivare all’apprendimento e all’utilizzo delle tecnologie digitali come un’opportunità innovativa per imparare la profondità dell’insegnamento della Bibbia.

    Chi è resiliente (diverso da resistente che prende tutto di petto) cerca di adattarsi a questo periodo complesso, provando a trasformarsi ogni giorno, facendo attenzione, non solo a ciò che al momento non è possibile fare, ma anche a ciò che viene appreso. Il cristiano resiliente usa flessibilità, si piega, si modella, prende forma all’onda d’urto.

    Per qualcuno è andata così, per altri no. Il nostro dovere è fare tesoro di queste esperienze, capire cosa serve e come adattarsi. Più articoli sulla resilienza da parte del comitato scrittori sarebbero apprezzati. Noi in merito abbiamo scritto tanto e continueremo a farlo in futuro.

    Un’ultima nota per oratori e studenti. Pronunciare discorsi e fare dimostrazioni in digitale non è la stessa cosa di come farli in Sala del Regno. Affinate la vostra capacità comunicativa per coinvolgere l’uditorio attraverso il monitor. Utilizzare video e immagini, perché la vista è il canale principale per l’apprendimento. Potete creare un po’ di suspense con la parola chiave e collegarla all’argomento. Ponete domande multiple, raccontare esperienze, provare empatia con chi sta guardando dal telefonino o dal computer.

    E, naturalmente, guardate sempre la webcam, perché uno degli strumenti più potenti per mantenere alta l’attenzione è guardare chi ascolta dritto negli occhi. Infine, attenzione al linguaggio del corpo: i gesti sottolineano le parole ma non si deve esagerare per non creare confusione. Soprattutto voi anziani cercate di non far sentire diverso né in senso negativo né in senso positivo chi è collegato da casa. (i.i)

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