Coltiva ciò che non vedi

“La fede è la sicura aspettazione di cose sperate, l’evidente dimostrazione di realtà benché non vedute”. — Ebrei 11:1.

la Bibbia incoraggia una forte fede basata su prove concrete, anche se può essere necessario modificare le proprie convinzioni. Questo tipo di fede è essenziale. L’apostolo Paolo scrisse: “Nessuno può essere gradito a Dio se non ha la fede. Infatti chi si avvicina a Dio deve credere che Dio esiste e ricompensa quelli che lo cercano”. (Ebrei 11:6, PS)

La fede viene messa continuamente alla prova, per questa ragione, invece di scoraggiarsi, Giacomo dice di “considerarla tutta gioia”. (Giacomo 1:2, 3) Infatti, la fede non è posseduta da tutti. Ma anche il cristiano che la possiede non dovrà permettere che la sua fede crolli per qualsiasi motivo giusto o sbagliato, diventando così inoperoso nelle attività spirituali. È difficile che chi ripone fede in Geova, anziché negli uomini, inciampi a causa di ciò che fanno altri. La fede, se non coltivata può venir meno anche per trascuratezza. Una pianta si secca se non riceve acqua, luce e debita cura.

La fede nella Parola di Dio, inizialmente è come un piccolo seme che cresce nella vita di un fedele servitore di Dio. Se la nostra fede è profondamente radicata e basata su accurata conoscenza, nulla può danneggiarla. Perciò è essenziale avere un cuore ben disposto perché la verità della Parola di Dio trovi terreno fertile. C’è da dire che nemmeno le prove più schiaccianti possono convincere chi non vuole credere.

Al momento il contadino semina il terreno senza vedere i frutti che nasceranno. Sa che a tempo debito il frutto verrà fuori e lui sarà ricompensato delle sue fatiche. COLTIVARE, in senso figurato, vuol dire anche: dedicarsi a un’attività per migliorarsi.

Coltivare la verità implica fatica, arare, seminare, irrigare, attendere, sperare e pregare. “Quando il terreno beve la pioggia che spesso vi cade e poi produce piante utili a quelli che lo coltivano, riceve una benedizione da Dio” (Ebrei 6:7).

È lecito porre domande sincere riguardo alla verità, seminare dubbi è tutt’altra cosa. I dubbi che mirano a screditare rendono infelici le stesse persone che le seminano.

«Coltivare il dubbio è una posa da salotto chic, al massimo può aprire carriere. Ma la carriera prima o poi termina, e non si può vivere sempre in salotto perché prima o poi bisogna andare almeno in bagno. No, l’unica cosa sensata che una persona non schiava della vanità e dell’ambizione può fare è coltivare la verità. E coltivare qui ha lo stesso significato che tale verbo ha per il contadino: implica fatica, spezzarsi le ossa da mane a sera al sole e alla pioggia, scavare, dissodare, arare, seminare, irrigare, attendere, sperare, avere pazienza, consigliarsi, studiare tecniche vecchie e nuove, pregare». (Rino Camilleri, Il Vangelo secondo me).

 

“Felici i vostri occhi perché vedono” (Matteo 13:16)

 

Non hai più la fede di un tempo o forse “hai lasciato l’amore che avevi in principio?” (Rivelazione 2:4). Ti sei lasciato influenzare da altri? È vero che oggi i problemi possono scoraggiare chiunque abbia fede in Dio, ma se ti scoraggi troppo, la tua fede potrebbe indebolirsi e il tuo amore per Dio potrebbe diminuire. In qualsiasi situazione difficile ti trovi, non dovresti mai pensare che Geova ti abbia abbandonato.

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Commenti (2)

  • Anonimo

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    Stavo leggendo “La disassociazione: un provvedimento amorevole” e dopo tutto l’elenco degli aspetti presentati, mi chiedevo: perché non si predica ai disassociati?
    Cioè, si attende unicamente un’eventuale spinta di riavvicinamento da parte sua, ma non si fa nulla per incentivarla (salvo l’ostracismo, sic!).
    E se questa spinta non ci fosse? E se la persona espulsa avesse commesso qualcosa che l’ha fatta espellere, proprio perché alcuni aspetti non gli erano chiari, oppure era confusa o condizionata da qualcosa? Perché non si prova (se non c’è una lampante ostilità della persona) a riavvicinarla per esaminare quegli aspetti, o trattarla amorevolmente (ma sul serio) per evangelizzare quelle che potrebbero essere le sue mancanze?
    Invece no, si “presume” (come la presunzione di legge umana che non corrisponde spesso al reale) che essa conoscesse la legge di Dio e l’abbia volontariamente violata in modo sadico, quando potrebbe non essere così, dipendendo invece magari da molti fattori diversi.

    Ve l’immaginate il paradosso? Stanno predicando per strada, poi discutendo si rendono conto che stanno predicando ad un disassociato, e si interrompono immediatamente, spaventati dal fatto di parlargli. Ma che senso ha la cosa?
    Si dovrebbe provvedere diversamente, a mio avviso. Se non c’è ostilità plateale da parte sua, andrebbero seguite altre strade. E provando fino alla fine. Se si pensa che potremmo “perdere quella persona nel momento del gran giorno”, allora si dovrebbe fare ogni sforzo possibile per avere buona coscienza, “andare a recuperare la pecora smarrita lasciando momentaneamente le altre 99”, per recuperarla. E invece si preferisce “odiare”, su base burocratica. Qualcosa non torna proprio.

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    • inattivopuntoinfo

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      Una proposta da prendere in seria considerazione.

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