Comportamenti inefficaci ovvero trappole mentali

Un’idea errata molto diffusa è che essere un testimone di Geova significhi vivere la propria vita comunitaria senza problemi e disagi. Chi è intrappolato in questa distorsione della realtà, di fronte alla sofferenza e alle ingiustizie, molto spesso adotta un comportamento debole e inconcludente.

Non si va da nessuna parte senza prima passare dalla sofferenza. Di fronte alle aspettative deludenti e a fatti personali incresciosi, bisogna imparare ad accettare la realtà per quella che è. Prima di affannarci a trovare soluzioni interne o esterne alla congregazione e in attesa di cambiamenti radicali, è più saggio cercare di farcene una ragione, anziché perdere tempo ed energie a lamentarsi, condannare, stigmatizzare e rinnegare il proprio passato. Alcuni maledicono persino il giorno in cui hanno conosciuto i tdG.

Dalle esperienze che ci giungono e da quelle che conosciamo, c’è un filo rosso che li unisce: oltre ad essere legate a una propria storia personale, culturale e ambientale, tutte hanno la “pretesa” che queste “cose terribili” che accadono in congregazione non debbano succedere. Secondo loro, una vita consacrata a Geova deve essere priva di disagi e problemi. Nelle congregazioni tutto deve procedere in modo quasi perfetto. Sì, ciao!

Onestamente, si deve ammettere che certi problemi in congregazione sono simili a quei fastidiosi mal di testa di cui vorresti sbarazzartene subito, magari abbondando di aspirine e pasticche di Moment, non tanto per farti passare il mal di capo, quanto saper tacitare quei momenti di angoscia causata da tale fastidio.

Veicola ai nostri giorni, l’idea che nemmeno i disagi emotivi e gli stati d’animo negativi possono essere tollerati, neppure in modo occasionale. Per alcuni, sono come il mal di testa. Se potessero trattare i problemi come quando fanno freneticamente zapping con il telecomando, cambierebbero continuamente non solo canale, ma anche il televisore pur di non avere problemi.

I problemi dei fratelli inattivi? “Vade retro Satana”. Eppure, gli studiosi del comportamento umano hanno riscontrato che certe emozioni spiacevoli alla fine si rivelano non meno utili di quelle gradevoli. Questi stati d’animo, non propriamente simpatici, hanno una opportunità tanto quanto ce l’hanno le emozioni piacevoli. Quando uno stato d’animo negativo viene avvertito come un importante segnale, che qualcosa non va e che bisogna intervenire, può diventare un fattore positivo invece di scappare via o di farsi intrappolare il cervello.

Se oggi, in congregazione, c’è una specie in espansione sono proprio gli audiolesi. Con loro, Amplifon farebbe un sacco di soldi. Purtroppo, c’è un’altra specie anch’essa in via d’estinzione: fratelli e sorelle che sanno rapportarsi con il dolore e la sofferenza, propria e altrui. Questi proclamatori prestativi hanno un dono veramente divino: dimenticare sé stessi e le proprie sofferenze.

Non si ascoltano nemmeno in maniera eccessiva. Per loro certe sofferenze sono diventate delle vere amiche confidenziali. Sono come certi atleti, consapevoli che il traguardo si raggiunge dopo molti sforzi e sofferenze. Sanno che la gara cui partecipano non è facile e comoda. Mica abbandonano la corsa! Questi corrono da matti, anche a 70 anni.

Nessuna gara si vince senza resistenza e sacrificio. Alcuni pensano che allontanarsi dalla congregazione sia un modo efficace per non avere più disagi. Una delle tecniche più popolari nel mondo psicologico dello sport è quella di visualizzarsi mentre si taglia il traguardo o mentre si alza in alto la Champions League (questo vale solo per gli juventini).

Beh, se immaginiamo di vincere ogni partita della nostra vita in maniera facile, freschi, puliti e sorridenti, allora non abbiamo capito niente della verità. Mantenere le distanze dalle sofferenze invece di rafforzare indebolisce.

Il fatto di credere che la tenuta sia forte proprio quando ci sono di mezzo dispiaceri e patimenti è un potente fattore di resistenza. Quando giunge la sofferenza e non si è preparati a questo, molti cadono nella trappola del “non è giusto”, “non è cristiano”, “queste cose non devono succedere” e tante altre scuse. E poi ci chiediamo come mai siamo frustrati. Il disagio fa parte del gioco della nostra vita, ecco perché vanno accettati un infortunio, una sconfitta, una cocente delusione.

Non accettarli sarebbe peggio. Accettare certe situazioni significa evitare il vittimismo di fronte ai momenti difficili della nostra vita cristiana. Dà fastidio sentire qualcuno che perde, lamentarsi in continuazione, scaricando le proprie colpe su altri. Basta con lo stile “chiagnone”!

Accettazione non è sinonimo di debolezza, di vulnerabilità, di rassegnazione. Accettare certe realtà non è da perdenti, significa invece evitare le conseguenze della lamentela e del vittimismo. Infuriarsi per come le cose funzionano in congregazione, criticare, osteggiare, opporsi, serve a poco per la nostra crescita spirituale. Invece di rovinarci il fegato, lasciamo che il paté di fegato sia un’indiscussa prelibatezza della grande cucina francese e non un nostro problema di salute.

Accettarsi implica che hai capito che maledire l’intero mondo dei tdG o fare delle ritorsioni nei loro confronti non cambia la tua situazione, non la sposta di un centimetro, semmai crea un ulteriore prelievo delle poche energie che ti sono rimaste per rimboccarti le maniche e metterti con impegno a lavorare per migliorare la tua situazione.

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