“Ma se continuate a mordervi e a sbranarvi a vicenda, state attenti a non annientarvi a vicenda”. Galati 5:15.

I conflitti tra i cristiani sono sempre stati una diffusa realtà. L’ammonimento dato da Paolo ai galati e i termini molto forti che usa per rivolgersi loro, dimostrano che il loro modo di agire era più simile a quello degli animali selvaggi che “si mordono e si sbranano” che a fratelli mansueti di Cristo.

Gesù insegnò valori come l’umiltà, il perdono, e il servizio vicendevole basato sull’amore. Per mezzo dello Spirito Santo i suoi discepoli furono in grado di cooperare insieme in armonia come un unico corpo. Tuttavia lo Spirito non ha eliminato le divisioni e le discordie nel popolo di Dio. La Bibbia parla di congregazioni, come quelle dei galati, in lotta fra loro. A volte, lo Spirito di Dio, permette che le divisioni e i disaccordi attirino la nostra attenzione per guidarci a capire dove sta la verità. Inoltre, certe disarmonie emotive causate dai conflitti interni sono utili per aiutarci a capire dove sono gli errori, a scoprire le nostre debolezze, le nostre credenze, a perfezionarci e a fare i cambiamenti necessari.

Il problema è il modo con il quale si affrontano le divergenze. Molte esperienze, soprattutto fra nominati o in Rete, ci insegnano che a volte il problema non è l’argomento in discussione, ma l’atteggiamento con cui si discute e le parole offensive, odiose e rancorose che si dicono con ira, infantilismo e orgoglio presuntuoso. Molti reagiscono come scritto in Proverbi 24:29: “Proprio come ha fatto a me, così farò a lui”. Nei periodi più difficili, le congregazioni che si mantengono unite fra loro, ci riescono perché cercano l’aiuto dello Spirito e agiscono secondo quanto scritto nella Parola di Dio.

I responsabili delle congregazioni devono conoscere e praticare i principi cristiani, poiché chi guida i fratelli può peggiorare i conflitti o migliorare l’unità dello spirito. Quando un nominato o un semplice proclamatore si allontana diventando inattivo o viene disassociato per evidenti conflitti interni è una sconfitta per tutti. E’ vero che alcuni che hanno subito le conseguenze di certi disastri spirituali possono esultare dalla gioia nel vedere finalmente buttato fuori chi metteva in pericolo l’unità della congregazione, ma non dimentichiamoci che dentro possono essere rimasti i suoi familiari devoti a Geova. Che impatto avrebbe questo nella loro fede? E poi, a chi viene consegnato il tdG espulso? Non viene consegnato nelle mani di Satana? Dovremmo esultare per questo passaggio di proprietà, da Geova a Satana?

Alcuni danno più rilevanza nella loro vita alle dottrine e agli insegnamenti che alla loro condotta. Si scaldano e si accendono quando c’è un cambiamento di pensiero dell’organizzazione, criticano in modo carnale, disonorano Dio con il loro atteggiamento e vogliono pure ragione. Geova non ha mai guidato i suoi servitori a mordersi e a sbranarsi a vicenda, come lupi rapaci. Se crediamo che sia lo Spirito a guidare le congregazioni mondiali, allora manifestiamo i frutti dello spirito e non le opere della carne. Paolo scrisse, che: “Lo schiavo del Signore non deve litigare, ma deve essere mite con tutti e capace di insegnare con pazienza”. (2 Timoteo 2:24-26).

I fratelli vanno trattati con benignità e mansuetudine. Chi vive nello Spirito cammina ed è guidato da esso. L’uomo spirituale non è un vanaglorioso, né provoca gli altri per litigare con loro. La rapacità è una caratteristica del lupo. E’ una voracità senza fine, un’avidità smisurata, una famelicità insaziabile. I lupi spesso uccidono più pecore di quelle che possono mangiare o trascinare via, a motivo della loro insaziabilità. A proposito di rapacità, in Proverbi 30:14 si parla di “una generazione le cui mascelle sono coltelli per scannare”, riferito ai grossi coltelli che gli ebrei usavano per tagliare a pezzi la carne. Questo riferimento ai grossi coltelli è applicato alle persone rapaci che fanno a pezzi sbranando il proprio simile.

Il rapace è colui che in un attimo afferra la preda e la porta via. Alcuni fratelli invece di ringraziare chi li avverte dei pericoli, storcono il naso, superficializzano o si offendono. Rapace deriva da rapire, sottrarre con la forza o con l’inganno ciò che appartiene agli altri. Il contrario di rapace è generoso, altruista, benevole, clemente, sensibile. “State attenti che qualcuno non vi porti via come sua preda per mezzo della filosofia e del vuoto inganno” (Colossesi 2:8). La razza religiosa di lupi rapaci non si è mai estinta nel corso della storia, anzi si è sempre più rafforzata in branchi famelici, vestendosi di abiti puri e facendo mostra di ragionamenti pseudo veritieri per ingannare gli incauti.

Mordere significa addentare, stringere fortemente con, o fra, i denti per offendere o ferire, con riferimento ad animali e anche all’uomo. Si dice che la lima morde il ferro con i suoi denti, per questo anche il cristiano forte come il ferro deve stare comunque attento a non lasciarsi limare in profondità dai ragionamenti pericolosi e antiscritturali. A furia di limarlo, anche il ferro si taglia. Sbranare vuol dire dilaniare, fare a brandelli con gli artigli e con i denti. In senso spirituale, Paolo fa capire ai Galati di non provare rabbia o risentimento, facendosi a pezzi l’uno con l’altro, come facevano i romani con i cristiani, facendoli sbranare nelle arene dalle belve feroci. Sbranare, oltre ad esprimere grande animosità e ostilità verso il proprio fratello, implica anche la disposizione cattiva d’animo a volerlo danneggiare ad ogni costo e in ogni modo alla prima occasione che gli capita.

La brama insaziabile di sbranare deriva dai conflitti irrisolti contro l’anima. (1 Pietro 2:11) Per questo motivo una carne che desidera mordere e sbranare non va soddisfatta. (Romani 13:14) L’alimentazione è carica di valenze psicologiche sin dalla nascita. Il cibo è il primo rapporto che il bambino ha con il mondo esterno. Così lo è anche nel mondo animale. Il cibo costituisce la prima forma di costruzione della propria identità ed è connesso anche al piacere. Con la crescita può regredire o progredire. Il cibo diventa così espressione di molti conflitti psichici e spirituali nel caso dei cristiani, che vanno dalla fame nervosa all’inibizione, riferito in quest’ultimo caso a cibi che hanno un particolare significato simbolico. Quando un divieto assilla il comportamento di un individuo si assiste a forme di anoressia, mentre una condotta di segno contrario è la bulimia, un’introduzione anomala di quantità di cibo. La rapacità è perciò un eccesso di avidità e bramosia famelica insaziabile, tipica degli animali rapaci. Una forma di alimentazione, per così dire sfasata, disturbata anche in senso spirituale.

Mordersi e sbranarsi – prima parte

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