Dirsi addio con risentimento e poi tornare di nascosto

In genere chi non si trova più d’accordo con la linea di un sito web o con i commenti di un blog che ha frequentato per molto tempo, lo fa con un certo risentimento rinnegando il modo di pensare e di ragionare che tanto vi ha contribuito con i suoi post.

Salvo poi tornare con un nickname diverso o in forma anonima con il capo cosparso di cenere. Si tratta di un atteggiamento tipico dei social e coinvolge molti visitatori del web. A differenza dei pensieri positivi scritti in passato, l’ultimo commento di addio (alcuni decidono di non farlo) ha il tono di un’amara disapprovazione, di un aspro risentimento che caratterizza una morale fondamentalista.

Non mancano accuse di apostasia, di depressione, di deriva dottrinale, di palate di fango, di demenzialità, e tante altre ostilità. Alcuni utenti vengono bannati dagli amministratori, altri si bannano da soli cancellando la propria registrazione.

Anche se non tutti gli addii virtuali da una comunità sono severi e pungenti, qualunque sia il dissenso è quasi sempre uguale nei contenuti. La chiosa è sempre la stessa, più o meno velata o addolcita. Un tale commento, può comunque rivelare molto della personalità di chi lo ha scritto o perlomeno del suo modo di comunicare e di rapportarsi con altri. In base alla temperatura delle discussioni e delle polemiche sollevate si possono comprendere meglio le motivazioni che spingono ad allontanarsi.

Per capire meglio quest’atteggiamento, molto dipende dal tempo che viene riservato alla Rete. Chi dedica un tempo ragionevole a Internet, in genere, si allontana da una comunità virtuale, dopo esserne stato parte attiva, senza esprimere pareri negativi o fare guerre e crociate nei confronti di altri che vi rimangono.

Chi invece ha un’alta frequenza in un gruppo, trascorrendo molto tempo e partecipandovi attivamente nelle varie discussioni, ha una modalità di addio molto ostile in proporzione alle polemiche aizzate contro.

Entrambi i modi di allontanarsi presentano dinamiche relazionali simili. Essi tendono a considerare il loro addio il modo migliore per troncare ogni rapporto. Non si rendono conto che le conseguenze a cui sono arrivati sono frutto delle loro scelte, delle loro storie raccontate, dei loro punti di vista espressi, dei loro giudizi scritti in precedenza. Pensieri personali, a volte confidenziali, che loro hanno messo in Rete e che nel tempo sono difficili da gestire e da sbrogliare.

«Il tempo medio trascorso da un italiano sul web è di 6 ore al giorno»

Non è facile divincolarsi dai meandri in cui si sono cacciati. Quando si diventa dipendenti digitali (spesso senza accorgersene) di una comunità virtuale ed essa assorbe ogni energia e molto del proprio tempo, venirne fuori è come disintossicarsi dalla droga letterale, dall’alcol, dalla pornografia, ecc.

Non ci riferiamo a persone con gravi problemi psicologici, ma a persone normali (nel nostro caso a tdG attivi e inattivi) catturati in Rete con la rete seducente della curiosità, delle informazioni esclusive, delle notizie in anteprima, dei commenti spregiudicati, dei punti di vista opposti, delle esperienze “terrificanti”, degli abusi nascosti e svelati, dei post dottrinali, profetici, degli articoli che evidenziano le fragilità e le debolezze, e che somigliano alle nostre storie e ai nostri fatti personali.

Per dirla come Zauberei, questa piazza digitale è così confortevole, che nonostante ci ingoia ovunque siamo, non riusciamo a silenziare con un semplice off.

E’ “molto ingiusto e un poco autolesionista malmenare contatti che fino a un giorno prima sono stati brillanti o addirittura utili, e lasciarli con virulenza. Bisogna saper entrare e uscire dalla piazza, tenerla fuori dalla vita a grandezze costanti, mantenerla nel suo giusto ruolo. Il posto dove tornare a mangiare anche spesso, ma senza metterci un letto in mezzo”.  

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