INFORMAZIONE E FINZIONE: LO STIGMA

I media non sono altro che mezzi di comunicazione tra chi manda il messaggio e chi lo riceve. Il problema non è il mezzo ma il tipo di informazione di un singolo, che per persuadere, comunica il suo modo di pensare alla massa.

Un modo persuasivo dei social è quello di sostituire la realtà con un mondo fittizio, che ha come obiettivo premiare o sanzionare. In particolare, il comportamento, una volta etichettato come tale, viene considerato deviante o “normale”, in base a quanto definito da altri.

  • INFORMAZIONE: Notizia, idea, fatto, comunicati per trasmettere conoscenza.
  • FINZIONE: Simulare come verità ciò che non lo è.
  • STIGMA: Un marchio negativo con cui si segna un singolo o un gruppo.

Lo stigma che tratteremo in questo articolo è riferito a un tema tradizionalmente scomodo: il disturbo mentale o la sofferenza psichica, la cui discriminazione o la mancanza di conoscenza portano all’isolamento chi ne soffre.

Nell’immaginario collettivo chi ha un disturbo mentale viene etichettato come un pazzo, mentre nel linguaggio mediatico leggiamo spesso: “malato di mente”, “folle, “in preda a un raptus”, “matto”, “da manicomio”, “aggressivo, violento e maniacale”, “perizia psichiatrica”, “non in grado di intendere e di volere”, “lucido ma folle”.

Il più delle volte, questa caratteristica riguarda un aspetto della persona, mai la persona nella sua interezza. Negli ultimi anni si sta cercando di prestare attenzione alle parole e alla stigmatizzazione.

Forse le conseguenze della pandemia a livello psichico hanno “normalizzato” lo stigma dei disturbi mentali e ha reso consapevole la società dell’enorme diffusione che colpisce indiscriminatamente giovani e adulti, aggravando, inoltre, la situazione di chi già soffriva di questi disturbi.

A gettare ulteriore disinformazione è il cinema e la letteratura noir, che con la loro finzione e il solito cliché rappresentano il colpevole come un crudele assassino, vittima di disturbi psicologici gravi.

Abbiamo notato che il comitato scrittori dei testimoni di Geova, negli ultimi anni ha dedicato molti articoli informativi al riguardo. Articoli privi di stigmatizzazione e carichi di umanità e comprensione.

Vedi ad esempio, l’ultimo video sul dolore causato da un lutto, dove si dice:

“Anche se ognuno elabora il dolore in modo diverso, ci sono alcuni consigli che potrebbero esservi d’aiuto e che alcuni psicoterapeuti considerano efficaci: accettate l’aiuto di amici e familiari; prendetevi cura della salute; siate equilibrati; aiutate altri; ricordate la persona che amate. Questi suggerimenti non cancelleranno il dolore che provate, ma almeno vi daranno un po’ di sollievo. Tutto quello che è stato detto in questo video è in armonia con i principi biblici”.  

Ciò che colpisce in questo video sono gli aspetti che si rifanno a qualità, pensieri e comprensione. Chi ne soffre non è ridotto alla sua patologia. Non c’è traccia di stigma né di frasi stereotipate. Non esiste giudizio nelle parole di chi narra, nessuna mistificazione o riduzione del dolore.

Tutto viene descritto per quello che è, in un linguaggio semplice, equilibrato e diretto, che induce il lettore a porsi interrogativi sul senso della vita. C’è quasi una chiave di accesso per la congregazione a comprendere il concetto di sanità del dolore e dei disturbi dovuti alla mancata elaborazione del lutto.

Questo video permette di arrivare al centro del problema rappresentando realisticamente la verità sugli stati d’animo che si provano e a cogliere in modo chiaro l’importanza dell’auto-narrazione, di chi raccontando le sue sofferenze offre un motivo per capire la complessità che si nasconde dietro il dolore mentale. (i.i)

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