La disassociazione altera la psiche?


Una ricerca californiana sostiene che l’isolamento protratto sui mammiferi, esseri umani compresi, altera il comportamento e induce alla depressione.

I ricercatori, attraverso una serie di esperimenti sui topi, hanno osservato che l’isolamento sociale protratto per almeno due settimane induce cambiamenti duraturi nel comportamento – maggiore aggressività nei confronti di topi sconosciuti, paura persistente e ipersensibilità alle minacce – rispetto agli esemplari che avevano avuto solo un isolamento breve o nessun isolamento.

Aristotele sosteneva che “l’uomo è un animale sociale in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società”. Alcuni studiosi sostengono che l’uomo non nasce col desiderio di socializzare, ma impara a essere sociale. I comportamenti sociali vengono messi in atto per conferire benefici individuali e collettivi. Perciò, la società è la condizione sine qua non per l’esplicazione della propria personalità.

Comunque, l’uomo ha una gran quantità di caratteristiche che gli animali non hanno. Alcune sono amore, coscienza, moralità, spiritualità, giustizia, misericordia, umorismo, creatività, cognizione del tempo, autocoscienza, senso estetico, preoccupazione per il futuro, capacità di accumulare conoscenza di generazione in generazione e speranza che la morte non sia la fine ultima dell’esistenza. La Bibbia insegna che Dio creò gli esseri umani per uno scopo superiore alla semplice riproduzione. Siamo fatti a “immagine” di Dio, con la capacità di riflettere i suoi attributi, specialmente amore, giustizia, sapienza e potenza. Se si aggiungono le summenzionate caratteristiche proprie degli esseri umani, si capisce perché la Bibbia pone l’uomo al di sopra degli animali. La Bibbia, infatti, rivela che Dio creò l’uomo non solo con il desiderio di vivere per sempre, ma anche con la possibilità di soddisfare quel desiderio nel giusto nuovo mondo che porterà.

Dio ama condividere il suo amore con altre creature.

Con la creazione della donna quale complemento dell’uomo, Dio ha istituito la famiglia affinché l’uomo non fosse solo. Dio vuole che l’uomo sia una creatura sociale che sappia esprimere spiritualmente un modo adeguato e libero per adorarlo. Dio ama condividere il suo amore con altre creature. Ha creato Gesù e gli angeli per non stare da solo, per allargare il suo amore altruistico alla famiglia celeste. Noi uomini, creature di Dio, facciamo parte della sua famiglia universale. Sentiamo il bisogno naturale e spirituale di stare con altri esseri umani per vivere la vita e per adorare Dio sia in maniera collettiva che individuale. E’ stato Dio a crearci così. Gli uomini non possono contrastare questo bisogno legittimo con punizioni e restrizioni.

Alla luce di quanto riportato sopra, la pratica come quella di isolare il peccatore affinché sia indotto al pentimento è contro natura? Tale provvedimento altera la psiche di chi subisce un trattamento limitativo con i suoi familiari, gli amici e i suoi stessi fratelli in fede? L’esperienza ci insegna che questo provvedimento disciplinare è utile e produttivo? Esistono statistiche che sostengono che il numero dei cristiani allontanati e che sono rientrati nell’organizzazione sia superiore a quello di coloro che invece si sono allontanati definitivamente? La disassociazione è una pratica che non produce danni emotivi e sociali ai tdG espulsi e ai loro familiari?

Possiamo dire obiettivamente che questa pratica ha veramente indotto molti “disciplinati” a un comportamento alterato e ha condotto parecchi a uno stato depressivo, piuttosto che aiutarli a redimersi e a ripristinare il loro modo di adorare Dio. Chi sostiene in modo letterale questa pratica dandole un riferimento scritturale perché non pubblica le statistiche a suo sostegno di quanti proclamatori sono stati disassociati e quanti sono effettivamente rientrati?

Il senso d’ingiustizia nel nostro cervello. Punire un peccatore è più gratificante che soccorrere una vittima. Il risultato arriva da uno studio che ha utilizzato tecniche di neuroimaging su un gruppo di volontari coinvolti in una serie di simulazioni, scoprendo che nel nostro cervello esistono reti specifiche coinvolte sia nella percezione sia nella risposta alle ingiustizie sociali.

Le persone sono particolarmente sensibili all’ingiustizia perché nel nostro cervello esistono specifiche reti cerebrali coinvolte sia nella percezione sia nella risposta alle ingiustizie sociali. Lo rivela una nuova ricerca sperimentale, pubblicata sulla rivista “Journal of Neuroscience”.

La tendenza a infliggere punizioni è maggiore quando subiamo il torto in prima persona ed è influenzato dai livelli di uno specifico ormone, l’ossitocina. Quando gli sperimentatori l’hanno somministrato ad alcuni soggetti prima di fare dei test, questi tendevano a punire i malfattori più di frequente, anche se con pene più lievi. Secondo questi ricercatori i risultati ottenuti con gli esperimenti sui meccanismi cerebrali che sono alla base della punizione e della compensazione dei torti, illustrano l’importanza di adottare un approccio multidisciplinare (che abbracci: psicologia, umanesimo, sociologia, cultura, teologia, eccetera) quando si studiano le componenti complesse dei processi decisionali che riguardano la vita di tutti i giorni.

Cosa vuol dire questo con la trattazione di un caso di peccato? Gli anziani devono stare attenti all’influenza dell’ossitocina, cioè quella tendenza a punire invece di soccorrere. Inoltre, è saggio che coloro che esaminano una trasgressione siano preparati in più campi. Non basta avere la nomina di anziano per essere qualificato come membro di un comitato giudiziario o per approcciarsi in un incontro con chi ha bisogno. Bisogna essere molto di più.

Un nuovo studio sperimentale su popoli di fedi religiose diverse ha mostrato che chi crede in un Dio presente nelle vicende umane, moralista e punitivo, è più propenso alla generosità verso chi appartiene alla sua stessa fede, ma lo fa soprattutto per paura di una punizione divina. Il risultato supporta l’ipotesi che queste credenze siano state una potente spinta alla cooperazione e all’espansione delle società umane. Lo rivela un nuovo studio pubblicato su “Nature”. Dai test è emerso anche un dato particolarmente interessante: a determinare l’altruismo sembra essere la paura di una punizione soprannaturale più che la fede in una ricompensa.

Che dire degli inattivi? Pur non venendo adottata nessuna misura disciplinare nei loro confronti, a meno che non sia evidente uno scandalo, i TdG possono salutare il fratello inattivo, scambiarsi incoraggiamento, prendersi un caffè insieme, eccetera. Comunque, la sostanza non cambia: non sono considerati, in linea generale, delle persone esemplari da frequentare. Il fatto che non sono cercati né dagli anziani né dal resto della congregazione, in quanto visti come “sviati”, dimostra che vengono isolati o abbandonati al loro destino. Il senso di punizione cerebrale da parte degli altri confratelli nei confronti degli inattivi rimane, eccome.

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