La mela avvelenata

Fino ad oggi ci siamo occupati di anziani e inattivi per quanto riguarda le cause e i comportamenti che inducono all’inattività. Per la prima volta pubblichiamo un articolo dove sono implicati anche i familiari.

Incantesimi familiari.

L’incantesimo consiste nel far credere vero ciò che non lo è, senza che l’incantato se ne avveda. Riportiamo alcuni esempi di stati d’animo che abbiamo modificato per ragioni di privacy e dove siamo certi che alcune donne, leggendo queste storie, in un modo o nell’altro, si possono riconoscere in una di essa.

«Nonostante sia cresciuta nella verità, sin da giovane i miei genitori mi rimproveravano perché secondo loro ero una incapace. Questa brutta convinzione me la sono portata con me per molti anni, anche quando dimostravo che non ero così. Lesinavo dai miei genitori un piccolo gesto di apprezzamento per quello che facevo di buono. Ma non mi capivano, soprattutto mia madre, che cercavo di compiacerla in molte occasioni.

Lei stravedeva per mia sorella, anche quando non lo meritava. Facevo la pioniera ausiliaria, mi preparavo le adunanze e commentavo. Quando uscivo con altri giovani cercavo di dare il meglio di me stessa. Era tutto inutile, la reputazione di essere una sciocca imbranata con la quale mi avevano etichettato mi perseguitava in ogni rapporto sociale e spirituale.

Mi sono sposata con un fratello [un tdG] da cui ho avuto un figlio. Agli occhi della congregazione sembravamo una famiglia come tante altre. In realtà, mio marito e mio figlio si comportavano egoisticamente come mia madre. Per anni mi hanno fatto credere di essere una poco di buono e per nulla spirituale, fino a quando non mi tolsi le schegge dagli occhi e mi resi conto di aver vissuto per tanto tempo con degli approfittatori.

Da quando ho deciso di riprendere la mia vita, rispondo a tono, non mi «ammazzo» più come una volta per le loro comodità a discapito della mia salute. Adesso mi importa poco e niente di quello che pensano di me. Da quando ho smesso di asservirli  sono cominciate le discussioni accusandomi di aver sfasciato la famiglia. Da un po’ di tempo non frequento più le adunanze e non vado in servizio».

Vi descriviamo un altro stato d’animo, questa volta l’opposto di quello di prima.

«Ero la cocca di mamma: perfetta, amorevole e sempre disponibile. Perché? Perché mi facevo carico di tutti i problemi della famiglia. E tutti mi volevano bene. Da grande ho sposato un fratello [un tdG] che si è rivelato immaturo, incapace di assumersi le sue responsabilità. E’ figlio unico ed è cresciuto dentro una campana di vetro.

Ora mi rendo conto che lui mi ha sposato per avere con sé una seconda madre. Praticamente non fa nulla, nemmeno prendersi cura dei nostri due bambini. Per farla breve, lui è scappato di casa con una donna e morale della favola: mia madre e mia suocera credono che io non abbia aiutato mio marito a sufficienza ritenendomi responsabile di quanto successo.

Ho dovuto trovarmi un lavoro per tirare avanti e dopo alcuni anni sono scoppiata’. Non ho più la forza per le adunanze e per il servizio. Sono diventata inattiva. Mi trattano come se fossi una disassociata… assurdo».

 Nel primo esempio, la figlia era considerata una poco di buono, anche quando ce la metteva tutta per sembrare diversa. Nel secondo, invece, la figlia era considerata un’eccellente esempio, solo perché si faceva carico dei problemi della famiglia. Convincersi di essere bravi solo perché ci si fa carico dei problemi degli altri (diverso dal dare aiuto) è del tutto sbagliato.

Gli approfittatori sono ovunque, anche a casa propria. Purtroppo alcuni se ne accorgono troppo tardi. Il problema è che da bambini ci si vede con gli occhi dei genitori e il bambino fa di tutto per assecondarli, assumendo caratteristiche che non sono sue. A volte serve l’esperienza del dolore per svegliare “Biancaneve” dall’incantesimo della matrigna (spesso la madre naturale) e farle distinguere chi ha bisogno del suo aiuto e chi approfitta della sua disponibilità.

Di seguito un ultimo esempio di identità familiare negata e vissuta lontano dagli sguardi indottrinati dei suoi familiari.

«Sono scappata di casa perché il mio cambiamento non mi permetteva più di condividere le idee religiose dei miei genitori. Ho sempre represso la mia vera natura, considerando sbagliati tutti quei comportamenti contrari all’insegnamento dei tdG. Ritenevo giusto quello che facevo anche se non ero convinta completamente.

Avevo paura di sbagliarmi e questo mi portava a dare ragione ai miei. Mi facevo forte della loro sicurezza, sapendo che mi volevano bene. Quando vivi in una famiglia che è convinta di possedere la verità, di avere sempre ragione, di ritenersi nel giusto e gli altri nell’errore, ti rendi conto che è impossibile trovare spazio per altre idee diverse dalle loro.

Nonostante i miei timori, ho provato più volte a esprimere quello che pensavo. Non esistono argomenti convincenti diversi per chi crede di essere nella verità. Non volevo scontri né litigare con loro. Volevo rimanere con i miei genitori, ma non ce l’ho fatta più.

Sono uscita dal loro mondo per vivere il mio e che tutt’oggi rifiutano per colpa di schemi mentali troppo rigidi. Per loro è stata più importante una credenza che una figlia».

 Una famiglia cristiana che presuntuosamente ritiene di possedere la verità limita la propria intelligenza e la capacità di comprendere la complessità della realtà. L’amore per la verità è tutta un’altra cosa dal possederla.

Possedere la verità non vuol dire amarla. La verità senza amore non vale nulla anche se la possiedi, perché Dio è amore e la verità su di lui è parte del suo amore. La verità si può possedere, ma non si può possedere l’amore. Il possesso non è amore. Geova dona il suo amore all’umanità, cioé dona se stesso.

L’amore basato sulla verità è donare se stessi agli altri e non possedere né possederli. La verità è solo affermazioni e concetti accettati come basilari dal punto di vista religioso, etico e storico. L’amore, invece, mira alla felicità dell’altra persona.

Ci sono casi in cui i figli possono essere valutati in modo positivo quando in realtà non lo sono. E’ possibile che i genitori colgano soltanto alcuni aspetti della personalità dei propri figli. Per questo motivo è corretto che i figli si sottopongano a sguardi diversi, non inquinati da paure e pregiudizi. I valori in cui credono i genitori possono fornire ai figli ragioni sbagliate riguardo a se stessi.

Non è infrequente che il vero valore di sé sia scoperto molto tardi nella vita. In questi casi ci sono solo due modi per rapportarsi con i propri familiari: vivere con autenticità e pienezza la propria vita o sopravvivere recitando un copione scritto da altri.

Riconoscere la vera identità di ciascun familiare non è compito facile. Si devono riconoscere gli aspetti negativi e combatterli, senza cedere all’illusione di vivere a prescindere da come si è realmente. L’identità personale non è manipolabile e va accolta e rispettata. Fatta vivere.

Non si può agire contro la propria natura se si vuole sentirsi liberi e spontanei, contenti di sé. Noi siamo ciò che siamo e la nostra identità va amata, conosciuta, rispettata e difesa da tutti gli attacchi, compresi i nostri. Non è cosa da poco. Ad ogni modo, non si può vivere senza essere se stessi.

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Approfondimenti:  

   Rinunciate a pensare di essere i detentori della verità

   La virtù del dubbio contro i presuntuosi della verità

   Quell’«ossessione» del  CD di regolare la vita di ogni cristiano

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