La ricerca di Dio nell’organizzazione dei Testimoni di Geova

Questo argomento è particolarmente delicato a motivo delle tensioni che suscita. La ricerca di Dio deve essere soltanto responsabilità del corpo direttivo? Qualsiasi membro religioso ha la facoltà per interpretare la volontà di Dio? Mi riferisco non al dissenso teologico, ma alla libertà che ciascuno ha di conoscere Dio in una prospettiva diversa dal comune credere.  

Non è lecito a nessuno presentare semplici ipotesi come certezze o esprimere opinioni personali come verità assolute. Questo vale per chiunque. In realtà sappiamo bene quanta risonanza ha una disposizione che proviene direttamente dal corpo direttivo e quanta ne ha quella di un semplice proclamatore. L’organizzazione non può fare a meno delle riflessioni bibliche di chi non fa parte del corpo direttivo o degli scrittori, se questi utilizzano correttamente le loro interpretazioni e l’intera congregazione li riconosce e li accoglie nel modo giusto.

Il problema grave, secondo il mio parere, è che non sono molti i Testimoni in grado di ragionare, valutare, approfondire e fare apertamente una onesta critica costruttiva su quanto scrive il corpo direttivo. Ormai è un’abitudine consolidata accettare a occhi chiusi tutto quanto viene dal corpo direttivo.  Il pericolo della ‘dietrologia’ è più che mai in agguato: sia nell’area del dissenso che vede nella classe dirigente dei testimoni di Geova un disegno che non ha nulla a che vedere con la Bibbia; sia nell’area di coloro i quali sono ansiosi di trovare nelle innovazioni un sostegno per scrollarsi di dosso il fastidio di certi corpi degli anziani che sono causa di problemi.

Spesso si trattano questi problemi non sui contenuti ma sulla persona che li espone. Un confronto spirituale richiede un riconoscimento corretto del rapporto di autorità e di ruoli. L’indipendenza e l’ostinazione nel perseguire una linea che si ritiene giusta può rendere difficoltoso ogni dialogo. Quello che i vertici non accettano è la discussione dei problemi interni all’organizzazione e le conseguenze che essi hanno agli occhi degli altri, spesso incomprensibili alla logica del buon senso.

La visione attuale è quella di risolvere le tensioni interne ponendo gli anziani e i comitati disciplinari contro chi esprime apertamente le sue ricerche. Invece, molti problemi si risolverebbero se si ponessero tutt’e due (anziani e ricercatori) di fronte a una prospettiva dinamica, tutta proiettata in avanti, libera dai pregiudizi e dall’ignoranza che spunta in casi come questi.

Non tutti coloro che hanno capacità critiche sono da considerare eretici. Con ogni probabilità hanno occhi che vedono oltre la congregazione. Vivono nel mondo e sono a stretto contatto con i veri problemi. La loro visione della Parola di Dio non si limita alle situazioni interne della congregazione e ai meccanismi con i quali essa viene gestita. La loro visione include aspetti che accadono realmente nel mondo. Certe volte siamo lontani dalla realtà vera e pensiamo di risolvere i problemi quotidiani affrontandoli come si affrontano abitualmente nelle congregazioni. Qui è in gioco l’intera comunità mondiale.

L’ortodossia con cui vengono difese certe vedute dottrinali, a volte anacronistiche, non è più sufficiente per il benessere spirituale della congregazione. Oggi manca il coraggio e la creatività di pensieri che siano in grado di coinvolgere attivamente le congregazioni. Parole ‘missionarie’ che sappiano contagiare positivamente lo spirito delle congregazioni, ‘paralizzate’ dalle abitudini, dalla mancanza di entusiasmo e di iniziative.

Se l’organizzazione moderna dei testimoni di Geova nasce con l’obiettivo di divulgare la venuta imminente del Regno di Dio, la sua principale preoccupazione deve essere quella della vocazione al ministero di campo, come realmente avveniva il secolo scorso. C’è oggi una paralisi della predicazione. Si predica svogliatamente, senza passione, senza entusiasmo. Coloro che sono nel ministero a tempo pieno dovrebbero dare l’esempio e istruire il resto della congregazione, instillando i valori dell’evangelizzazione. Invece sono proprio loro, con gli anziani, a frenare lo spirito missionario.

Quello che molti non capiscono è che Geova si rivela all’uomo per essere ‘contemplato’ nel suo amore, non soltanto per essere comunicato alla gente. Non è il tempo, spesso passivo, dedicato al ministero di campo il compito principale da difendere. Non dobbiamo sacrificare la ‘contemplazione’, frutto di una ricerca personale di Dio per un ministero che sta diventando più una routine che una forza motivante. Se oggi c’è apatia tra gli stessi Testimoni è perché l’opera missionaria è scaduta, datata, passata in secondo piano rispetto ad altre esigenze di natura non proprio spirituale. Alcuni diventano ‘inattivi’ perché hanno perso lo zelo e l’entusiasmo iniziale.

Non sappiamo più fare una ricerca personale su Dio, una ricerca che soddisfi la sete di spirito. Stiamo diventando aridi in senso spirituale e non ce ne accorgiamo, convinti che non abbiamo bisogno di nulla in quanto detentori della verità.

“Conoscerete la verità ed essa vi farà liberi” è un concetto, che più che comunicarlo agli altri come dottrina, si realizza all’interno della verità dove trova i suoi spazi e che ha come fine l’accoglienza nella propria vita. La verità di Dio è inesauribilmente ricca e le domande su Dio sono sempre attuali. Domande che non sono mai semplici occasioni per ribadire risposte stereotipate di quanto conosciamo, bensì provvidenziali aperture mentali che possono aiutare a intravedere nuove prospettive, nuovi panorami spirituali.

La ricerca non è mai priva di rischi. Per questo motivo va fatta insieme, con un continuo leale dibattito/confronto fra tutti. Bisogna avere il coraggio di esporsi e di farlo con la cautela nel dire e con la pazienza di attendere, capaci di ‘soffrire in silenzio’. Non un silenzio ipocrita, che non è sincera sofferenza, ma calcolo speculativo. Il vero silenzio è accettazione disinteressata in vista di un bene comune. Nella storia del cristianesimo non sono pochi gli uomini che hanno accettato con dignità la sofferenza del silenzio e che il tempo ha dato loro ragione.

La ‘verità’ è un dono di Dio al suo popolo. È l’intero popolo di Geova, con i doni spirituali che ha ricevuto, che ha la missione di trasmettere la verità. La verità è patrimonio del popolo di Dio. Ne risulta che esso non è un soggetto passivo, unicamente da educare e guidare per mano come un bambino, ma un soggetto adulto con il quale la classe dirigente deve dialogare. La verità del popolo non è mai una minaccia all’unità del popolo stesso.

Il Testimone adulto non si accontenta di vivere la fede in maniera prestabilita. Lui vuole argomentare e dire la sua in modo significativo. Non pretende discorsi di comodo o di parte, senza provocazioni, senza domande imbarazzanti e non grida immediatamente al dissenso ogni qual volta si imbatte in opinioni che rivelano la debolezza di pensiero. Sa che la funzione della ricerca non è soltanto di offrire ragioni di conforto e speranza, ma anche di offrire ragioni ed opportunità che costringono a rivedere il proprio modo di credere.

Per grazia di Dio sono molti i fratelli, anche tra i responsabili, che non si lasciano rinchiudere in quella sclerotica massa di dissensi e contestazioni. Tra la franchezza e il dissenso corre una grande differenza: la prima si colloca all’interno della congregazione, il secondo si colloca all’esterno. Ma proprio perché all’interno, la franchezza, cioè la lealtà schietta e sincera è alle volte più scomoda dello stesso dissenso. Motivo per cui molti di questi fratelli, ahimè, rinunciano a una fede adulta nell’ambito dell’organizzazione. Di qui la tendenza dei vertici a confondere le due cose (dissenso e franchezza nel dire le cose come stanno) per potersene sbarazzare. Alla fine, ciò che si impedisce è la crescita di una fede matura. Quando si tende ad annullare la differenza, confondendo la difesa della verità col dissenso e l’apostasia, l’amore e l’ubbidienza verso l’organizzazione diminuiscono.

Paolo  

 

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