La vera felicità è meglio del Prozac

ARTICOLO PREPARATO PER I DEPRESSI E GLI INFELICI.

Parlare di felicità, quella con la effe maiuscola, mette di buon umore e non ha effetti collaterali che sconquassano l’impianto prostatico. Spesso ha una funzione anti-depressiva. Fa sempre piacere guardare la vita propria e altrui con speranzoso ottimismo. Non ci riferiamo alla felicità al quadrato che una nota cantante pubblicizza riguardo a una famosa compagnia di navi da crociera. Che di per sé è una bella felicità dei sensi e dei piaceri corporali anche quella. Parliamo di quella felicità che sa trarre il meglio della vita, anche dalle situazioni ingarbugliate.

Una felicità che rende elementari anche le vicende più complicate, senza mai banalizzarle. Insomma, roba sana e molto istruttiva, da eruditi e nel contempo da semplici uomini con la quinta elementare, da sani di testa e da chi ha qualche neurone inceppato. Una felicità che privilegia più lo spirito che la carne, che evita i ragionamenti opportunistici ed egoistici. Ammirevole il modo positivo con il quale i suoi praticanti affrontano il dramma quotidiano di svegliarsi al mattino, desti e baldanzosi, meritevoli di una spruzzata fresca di acqua di colonia. Eppure, la felicità, da una lettura attenta del suo significato, se applicata, si è dimostrata sempre azzeccata nel mondo degli umani. La felicità non ha alcuna ideologia o interesse di conventicola. Per comprenderla e apprezzarla bisogna coinvolgersi anima e corpo, soprattutto nello spirito.

Di lei ne parlò, sopra un monte, il più grande comunicatore di tutti i tempi: Gesù Cristo, primo e geniale Made in Bible, inteso come valori e sentimenti. Per questo motivo, se non hai confidenza con il Padre Eterno e le sue pratiche da devoto, non puoi capirla né raggiungerla. Questo genere di felicità non segue le mode trend e dei parrucconi per essere accettata dai chierici intellettualoidi, perché essa non ha bisogno dei tempi e del loro consenso farisaico, essa stessa è eterna e durevole. E’ molto comune tra i comuni mortali. Questa felicità non si infila nei salotti dei potenti, degli arroganti e di chi fa sfoggio dei suoi beni di sostentamento e che si disgusta della povera gente. Questa felicità non ha paura dei legami forti, come il matrimonio o una fede incrollabile nel Creatore che gliel’ha donata e gliel’ha fatta conoscere. Essa non conosce crisi spirituali e di mezza età.

Non è inattiva né si spegne in maniera ineluttabile quando si pensa che non ci sia più speranza. Se la si conosce per quella che è, nel vero significato del termine, e se la si applica dovutamente ha un potere chimico in sé che il Prozac dato ai depressi è al suo confronto acqua fresca. La felicità così come espressa sulla “Montagna” e scritta nei vangeli è prorompente come le acque di una grande cascata. Bene, infelici e depressi, veniamo ora a noi.

La felicità non è una roba facoltativa. Geova ci comanda di rallegrarci: niente musi lunghi e facce intristiti, gioia per tutta la settimana, sette giorni su sette (Deuteronomio 16:13-15). E se usate il podio, per carità, niente statistiche negative e notizie che fanno venire l’acidità allo stomaco. Vogliamo andare via dall’adunanza col cuore gioioso, mica con la bile oscurata. Quando la felicità abita dentro di noi e scalpita di uscire, è come gli ormoni di un adolescente innamorato, i cui genitori non riescono a fermarlo neanche se gli legano le mani con le catene e gli mettono una palla al piede. Siccome, questo genere di felicità è nostro, non dobbiamo permettere che altri se ne approfittino per uno scopo egoistico. La felicità non si ottiene facendo quello che ci piace, ma provando piacere in ciò che facciamo. Per farla breve: rallegratevi di chi siete (belli o brutti) e dove siete (paradiso o inferno). Ricordatevi che la felicità senza Dio è orfana.

Quando Gesù parla delle felicità, si riferisce a quelle felicità che persistono attraverso il dolore e che tristezza e afflizione non possono intaccarle. Felicità che risplendono attraverso le lacrime e che nemmeno la morte può portare via. Sembra strano che in Matteo 5:3 si parli di una felicità del bisognoso, di “quelli che mendicano lo spirito”. La parola greca usata per indicare il bisognoso descrive l’assoluta povertà. Si riferisce all’uomo umile, senza mezzi e che ha riposto la sua completa fiducia in Dio. Egli è consapevole della sua disperazione e per questo motivo depone la sua fiducia in Geova. Si tratta di una consapevolezza che le cose terrene non significano nulla e che Dio significa ogni cosa.

A seguire, Gesù parla della felicità di chi ha il cuore rotto dalle afflizioni (Matteo 5:4). In questo caso, il cordoglio è riferito a quel dolore che non può essere nascosto, che fa salire in modo irrefrenabile le lacrime agli occhi. Questi cristiani hanno la certezza di essere consolati persino da un prossimo inaspettato. Nel versetto 5, si parla della felicità di chi sa controllare i suoi scatti di nervi, di chi mantiene ogni istinto, ogni impulso, ogni passione sotto chiave. Il mite tiene al guinzaglio l’ira, mentre lui si lascia tenere sotto controllo da Dio. Nella mitezza l’orgoglio è messo al bando. Inoltre, è felice l’uomo mite che riconosce la sua ignoranza, la sua debolezza e che gli farà ereditare la terra. Mica male.

In una società ingiusta come quella di oggi, le parole riportate nel verso 6 (“fame e sete di giustizia”) acquistano un significato diverso secondo l’orecchio che le ascolta. La folla palestinese che lo ascoltava, non era certo agiata. In questo caso Gesù vuol far capire, che per colui che sta morendo di fame e di sete il desiderio di averle è vitale, ne va della sua vita. Perciò, il desiderio di giustizia è tanto quanto l’uomo affamato, stremato e che desidera un boccone o un sorso d’acqua per non morire. Qui non si parla di ottenere giustizia ma di desiderarla, che è diverso. Siccome l’uomo non otterrà mai vera giustizia dall’uomo, rivolge allora la sua speranza in colui che potrà dargli vera giustizia, cioè Dio. H.G. Wells una volta disse: “Un uomo può essere un cattivo musicista, ma può lo stesso amare la musica con passione”. Geova non ci giudica solo per quello che possiamo dargli – a volte anche male – ma anche per quello che di buono desideriamo nel nostro cuore, i nostri buoni propositi.

“Felici i misericordiosi perché sarà loro mostrata misericordia” (Matteo 5:7). Visto il nostro andazzo, è meglio essere misericordiosi che giustizialisti. Il termine che traduce misericordia è riferito a colui che sa entrare nella pelle dell’altro, fino a vedere con i suoi occhi e sentire con le sue orecchie. Riesce a entrare perfino nel suo cervello per pensare come l’altro e nel suo cuore per provare gli stessi sentimenti. Vivere quello che l’altro sta vivendo, questo vuol dire misericordia. A proposito dei “fratelli lontani”, siamo così empatici da entrare nella loro testa e nel loro cuore, per capire quello che stanno passando? Stesso discorso per la congregazione: siamo consapevoli di quello che stanno passando alcuni fratelli? Non siamo tutti uguali dove a tutti bisogna dare il contentino. Ognuno ha le sue fisse, nel bene e nel male. Non giudichiamoci, ma consoliamoci.

“Felici i puri di cuori” (Matteo 5:8). In origine puro significava pulito. Lo troviamo anche nella descrizione del vino non annacquato, non mischiato. Felici, dunque, coloro che hanno motivi interamente non adulterati. Siamo generosi perché miriamo alla lode? Desideri il podio per autocompiacerti del tuo bel discorso? Predichi solo per ricevere privilegi? Vai in Sala solo per salvare le apparenze o per glorificare Geova? Conosci la Bibbia e la sai insegnare o l’annacqui con le tue vedute retrograde e anacronistiche? In ogni aspetto della nostra vita noi vediamo ciò che siamo capaci di vedere, mentre solo i puri di cuori vedranno Dio.

“Felici i pacifici”, non gli amanti della pace (precisiamolo). (Matteo 5:9) A volte si ama la pace nel modo sbagliato. Per fare un esempio: un anziano, per amore del quieto vivere, non intraprende nessuna azione nei confronti di un altro anziano o di un altro proclamatore che sta sbagliando. La pace di cui parla Gesù, non viene dalla mancanza di azione, piuttosto dal saper affrontare una determinata situazione, dall’agire in modo attivo fino a raggiungere la pace, anche a costo di sacrifici e sofferenze. L’umo che fa pace fa la stessa cosa che sta facendo Dio con l’umanità: la riappacificazione. In questo senso “vedranno Dio”.

Nelle Scritture ebraiche troviamo poche regole e molti principi. Furono gli scribi a inventarsi ogni regola per ogni aspetto della vita di tutti i giorni. Essi erano convinti che tale osservanza avesse l’approvazione di Dio. Il loro spirito non è mai passato di moda, non è mai morto. Continua ancora a vivere nella testa di tanti religionisti, convinti che la felicità passi da regole umane. La falsa felicità è ladra. La vera felicità è altruista, non ruba ma dona.

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