Mi manca la comunità

Cosa hanno in comune Adamo, Eva e Tantalo? E cosa c’entrano con il bisogno di comunità?

Intanto spieghiamo cosa si intende per comunità. La comunità è un insieme di persone che hanno in comune una vita sociale. Nel caso dei religiosi si riferisce una chiesa, una moschea, una sinagoga, una congregazione, dove i fedeli svolgono attività spirituali.

È evidente che in questo periodo, ogni membro attivo di una qualsiasi comunità sta soffrendo l’isolamento coatto. Ogni religione è corsa ai ripari cercando di ridurre le conseguenze dovute a mancanza di conforto e ristoro, che in genere ci si scambia nella propria comunità.

Per i testimoni di Geova, la cui caratteristica è il contatto con le persone per mezzo della predicazione di casa in casa e la partecipazione alle adunanze nelle Sale del Regno, l’isolamento è stato un colpo pesante per alcuni.

Bisogna dare atto al corpo direttivo di aver preso misure adeguate per non venir meno alle proprie attività spirituali. Pur ottenendo risultati positivi e inaspettati, si deve onestamente ammettere che la tecnologia non potrà mai essere equiparata al rapporto umano e alle interazioni fraterne

Cerchiamo adesso di capire il senso di comunità e la relazione che c’è tra Adamo, Eva e Tantalo. Tantalo è un personaggio mitologico nato da Zeus e Pluto. Era famoso per i suoi apprezzati rapporti con altri dei. Conduceva una vita spensierata e felice, finché non si macchiò di un crimine che gli dei non gli perdonarono.

Esistono diverse versioni della sua storia: chiese vita uguale agli dei, rubò l’ambrosia e il nettare, rapì Ganimede e si macchiò di altre colpe. Tantalo era colpevole di aver acquisito o condiviso una conoscenza che né a lui né agli uomini mortali era concesso possedere. Invece di accontentarsi di una felicità eterna, nella sua presunzione bramò possedere ciò di cui poteva godere come dono.

Venne immerso in un fiume fino al collo, ma non appena abbassava la testa per dissetarsi l’acqua scivolava via. Inoltre, sulla sua testa pendeva della frutta squisita, ma non appena allungava la mano per prenderla, un colpo di vento la spazzava via.

Questo esempio viene citato per indicare ogni qual volta che alcune cose importanti ci sfuggono di mano proprio quando sembravano raggiunte. Il messaggio è chiaro: puoi essere felice e vivere beatamente solo fino a quando ti mostri innocente e rinunci a voler conoscere la natura delle cose che ti rendono felice, tanto meno di padroneggiarla.

Ci sono cose che non ti competono, goditi la vita e lascia perdere una conoscenza che non ti eleva a essere un dio. Se disubbidisci, continuerai sempre a cercare qualcosa che non appena raggiunta ti sfuggirà di mano.

Una morale simile è quella della prima coppia umana nel giardino di Eden. Erano felici e potevano godersi la vita dando origine alla famiglia umana, una comunità di persone unite nell’adorare il Creatore.

Con la disubbidienza, Adamo ed Eva persero il paradiso, la felicità eterna e per colpa del peccato generarono una comunità di figli imperfetti. Quella comunità mondiale che Dio aveva in mente, ora si era infranta. Bisognava stabilire nel tempo delle comunità che provvedessero all’adorazione di Geova. Sorsero i patriarchi, poi il popolo di Israele e infine la comunità di cristiani formata da fratelli e sorelle spirituali.

Il ricordo di quella felicità paradisiaca avrebbe tormentato i discendenti di Adamo ed Eva e instillato loro la speranza di poter un giorno scoprire o tracciare la via del ritorno. La venuta sulla terra di Gesù adempì questa promessa e, secondo quanto dice la Bibbia, presto nascerà in un nuovo mondo una grande comunità di uomini e donne liberi di adorare Dio in piena felicità.

Desiderare di relazionarsi con i propri simili fa parte della natura umana. Dio ha creato gli uomini affinché vivessero felice gli uni con gli altri, in armonia con le sue leggi e le sue benedizioni. Isolati dalla comunità non si può essere felici perché la felicità dipende dal dare e a chi do se non sto con altri simili?

La comunità non ha bisogno di essere cercata, e tantomeno di essere laboriosamente costruita o conquistata e difesa a viva forza. La comunità esiste per capirsi e comprendersi. Ci permette di capirci al volo, senza rischi di incomprensioni, perché si parla la stessa lingue e si serve lo stesso Dio, sotto un’unica fede, un solo battesimo e un solo Cristo.

La comunità è il punto di partenza di ogni forma di aggregazione. È un sentimento reciprocamente vincolante, la forza vera e reale di chi partecipa a tale aggregazione, ed è grazie a tale comprensione, che i membri della comunità restano uniti a dispetto dei tanti fattori di disgregazione.

All’interno di ogni congregazione, i cristiani non devono dimostrare nulla. Qualunque cosa facciano, potranno sempre attendersi conforto e sostegno. La comunità dei Testimoni di Geova è fedele alla propria natura e al suo modello, cioè Cristo.

La distanza, un tempo una delle caratteristiche delle comunità, con l’avvento della tecnologia ha perso gran parte della propria rilevanza e naturalezza. La comunità digitale, pur basandosi sui principi biblici di amore e fratellanza, rimane pur sempre un’entità fragile e vulnerabile, costantemente bisognosa di vigilanza, fortificazione e difesa.

Questa sicurezza virtuale, in ambito comunitario, sarà sempre a tempo determinato. Al momento rimane l’unica soluzione pratica. Non lasciamoci sfuggire il paradiso proprio ora che è a portata di mano.

Oggi più che mai si avverte il bisogno di appartenenza, di compartecipazione sociale e spirituale, anche quando gli psicologi ci spiegano che lo stress causato dalle video-riunioni è diventato una sindrome, appunto sindrome da zoom e a soffrirne sono di più le donne. Vi rimandiamo alla lettura dell’articolo in basso.

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