Perdere l’anima

manoemano

Quando l’inattivo perde l’anima diventa un estraneo con gli altri e con se stesso.

Ogni attività è morta per lui e lui è morto per ogni attività. Ogni legame si scioglie. Non ha più un nome. Non è mai stato battezzato. Non è mai stato un proclamatore. Ogni senso di appartenenza e di comunione con Dio non esiste più. Gli manca la forza per pregare e per adorare. Le sue parole non possono raggiungere il cielo.

Ogni rapporto è rescisso, la fede è perduta. Ogni senso di umana relazione è intorpidito; è prigioniero delle sue preoccupazioni. Ogni mito personale è crollato. La sua anima è persa, posseduta dall’inquietudine. Il suo cuore vero è un altro e che ora non batte più. La sua realtà non è più reale. E’ una visione diversa, non è più la materia, nemmeno l’immaginazione. E’ una realtà depersonalizzante. Nella sua mente c’è il piombo.

Nonostante ciò, l’inattivo non è malato né folle, ha soltanto perso l’anima. Ha perso la grazia per la disgrazia. Il centro dell’universo non c’è più. In lui convergono gli opposti: costanza e incostanza. I suoi sentimenti sono mutevoli e ambivalenti. L’inattivo non osa guardare il cielo, non corteggia Dio. E’ scosso dai tremiti dello Spirito. La sua voce è supplichevole e muta.

La sua mano è gelida e di fuoco, dalle ceneri è protesa verso il cielo. Solo e soltanto solo. E’ la solitudine di chi sta alla finestra e sbircia lo spettacolo della vita che non si cura di chi ne è escluso. E’ la solitudine di chi vive un malessere interiore e che prende troppo sul serio la stupidità e la mediocrità della gente, che fa inaridire in se stessi quella fonte di vita che è pur sempre fonte di tutti, perché tutti, anche i peggiori, vi si abbeverano.

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