Un pensiero diverso da quello di rimandare l’apertura delle adunanze e di predicare di casa in casa

Cari fratelli di inattivo.info, nonostante il governo abbia dato il via libera sin dal 18 maggio, il corpo direttivo rimanda «la ripresa delle attività religiose nei propri luoghi di culto nel prossimo futuro, quando lo riterranno ragionevolmente sicuro per le loro esigenze».

La nota ufficiale della Congregazione dei Testimoni di Geova data alla stampa si conclude con un ringraziamento al «Governo e in particolare il ministero dell’Interno, per l’encomiabile lavoro svolto al fine di garantire il fondamentale esercizio della libertà di culto». In sostanza, tante grazie al governo, ma facciamo di testa nostra adottando «un protocollo interno, adatto alle proprie specificità confessionali».

Quali sono le specificità confessionali dei Testimoni di Geova di cui si parla nella nota? Non sono la predicazione di casa in casa e la frequenza regolare alle riunioni? Premetto che non ho nessuna voglia di contestare le decisioni del corpo direttivo, ma sto semplicemente facendo con rispetto e in maniera educata alcune riflessioni che mi lasciano perplesso sulle motivazioni addotte per non riprendere le attività teocratiche.

Quando i giudici della corte suprema giudaica imposero agli apostoli di non predicare e insegnare in base al nome di Gesù, Pietro e Giovanni risposero: “Se è giusto dinanzi a Dio ascoltare voi anziché Dio, giudicatelo voi stessi. Ma in quanto a noi, non possiamo smettere di parlare delle cose che abbiamo visto e udito”.

Quando fu ordinato di nuovo di smettere di predicare, risposero intrepidamente: “Dobbiamo ubbidire a Dio come governante anziché agli uomini” (Atti 4:18-20; 5:29).

Ho evidenziato in grassetto i due verbi usati dagli apostoli: non possiamo e dobbiamo. Da una parte non si può smettere di parlare e dall’altra dobbiamo predicare. Due imperativi che hanno caratterizzato l’identità del cristianesimo sin dall’origine della sua diffusione, a costo della stessa vita.

Da una parte il governo non impedisce di radunarci nelle Sale del Regno, né di parlare singolarmente in pubblico con le persone del messaggio biblico, mantenendo ovviamente le distanze e portando la mascherina. Dall’altra, una decisione del corpo direttivo di non parlare di casa in casa e di non radunarci nei nostri luoghi di culto.

A chi stiamo ubbidendo, alle autorità governative che non ci impediscono di riunirci e predicare o al corpo direttivo di non riunirci e di non andare di casa in casa? Mi sembra tutto capovolto, i governi ci danno l’ok per svolgere le attività religiose e chi ci guida decide di non farlo, più correttamente di non farlo come si è sempre fatto. Mi sembra una decisione rovesciata.

Ci dicono che le istruzioni impartite in questo periodo dal corpo direttivo servono a salvaguardare la vita, su questo non c’è nulla da eccepire. Ma cosa c’entra tutto questo con le riunioni e la predicazione? Si rischia la vita riunendoci e predicando? Se si adottano le misure di salvaguardia non si capisce dove sta il rischio.

Siamo conosciuti, o almeno crediamo che sia così, come le persone più ubbidienti e sottomesse di questo mondo, e allora dove sta il problema? Non ci fidiamo più di noi? Non ci riteniamo all’altezza di mettere in pratica misure sanitarie adeguate? Non è che stiamo andando un po’ agli estremi?

Ho l’impressione che in questo pandemonio si stia perdendo di vista la ragione del nostro essere Testimoni di Geova, cioè predicare e radunarci.

La Chiesa Cattolica è stata criticata per aver gettato un’occasione storica di imporre durante la pandemia i veri valori. Troppo impegnata a scrivere il catechismo delle regole sanitarie, santificando Ponzio Pilato e il suo comando: lavatevi le mani come ho fatto io. L’accusa più grave è stata quelle di essersi dimenticata della cosa più importante: Dio.

Ha sostituito l’altare di Dio con quello della scienza sanitaria e il suo sommo profeta: il Virologo. Anziché indirizzare i fedeli alla Bibbia e al suo messaggio, si è rivolta alle “cisterne rotte” della sanità, lasciando i cattolici disorientati di fronte alla chiusura delle messe.

Pur con colpevole ritardo, si sono rinsaviti e sono tornati alle normali funzioni religiose. Noi, incredibilmente, proseguiamo in un autoisolamento volontario. Ci costringiamo a non riunirci nelle nostre Sale del Regno e a svolgere una testimonianza in modo approssimativo, frutto più dell’iniziativa del singolo proclamatore che di una predicazione ben organizzata.

Alle adunanze ci sono video dimostrativi su come predicare. Mi chiedo, in questo periodo di pandemia, quanti proclamatori mettono in pratica questi suggerimenti e alla fin fine quanto sono pratici.

In questo periodo, per rimanere attivi, i proclamatori si sono dati da fare scrivendo lettere, mandando email e messaggi di testo a persone conosciute e non. Alcuni di questi hanno reagito con insulti, improperi e risposte apostate. Nell’ultima zoomata siamo corsi ai ripari con altre disposizioni: scrivere soltanto a chi conosciamo. Con tanti saluti all’opera di casa in casa.

Mi chiedo, cosa succederà dopo questo lungo periodo di isolamento auto indotto quando ritorneremo alle normali attività religiose. Quanto avrà inciso sulle nostre buone abitudini la scelta di stare alla “larga” l’uno dall’altro?

Siamo sicuri che dopo esserci abituati al virtuale torneremo nella realtà quelli di prima? Come sarà la nostra spiritualità dopo mesi e mesi senza esserci potuti “incoraggiare all’amore e alle opere eccellenti” prima e dopo l’adunanza e senza parlare direttamente alle persone del territorio?

Questa decisione, secondo me, ha capovolto Atti 4:18-20; 5:29. Andremo incontro a disagi che si sarebbero potuti evitare? Quanto tempo ci vorrà per rimetterci in sesto?

Ubbidire a Dio per predicare di casa in casa e riunirci nelle Sale del Regno, vale più delle regole sanitarie imposte dai governi e non meno delle decisioni di uomini, pur se con il mandato di guida spirituale, di rimandare la ripresa delle attività spirituali a data da destinarsi.

Se dobbiamo ubbidire a Dio e non agli uomini, a chi stiamo ubbidendo? Qual è il pensiero di Dio al riguardo?

(un proclamatore)

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Commenti (1)

  • inattivopuntoinfo

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    Circola su whatsapp questo messaggio tra i TdG, che abbiamo sintetizzato:
    In un’adunanza è stata fatta un’applicazione di Genesi 8:6-16 sulla riapertura delle adunanze e la ripresa della predicazione. In base alle disposizioni governative, in diversi paesi stanno riprendendo le varie attività. I versetti fanno riferimento al modo in cui Noè cercò di capire come comportarsi dopo 40 giorni di diluvio. Pur essendoci le condizioni per uscire dall’arca, passarono 7 mesi dal momento in cui l’arca si posò sul monte fino a quando Geova diede l’ordine di uscire.

    Dopo la spiegazione dei versetti, è stata fatta questa applicazione:
    “Noè aveva prove evidenti che le cose andavano bene, ma stava aspettando le istruzioni da Geova. Allo stesso modo, non vogliamo basare le nostre decisioni sulle emozioni, vogliamo assicurarci che siano le istruzioni di Geova a guidarci. Anche se sentiamo alcuni dire che sembra giusto riprendere ad andare nel ministero o alle adunanze nella Sala del Regno, lo spirito di Geova ci guiderà chiaramente, proprio come fece con Noè. – Seguiamo le istruzioni di Geova!”

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