I veri pastori proteggono il gregge dai legalisti

Una delle dispute più accese tra i primi cristiani, che causò non poco dissenso per la sua natura legalista, riguardava una fondamentale prassi di origine giudaica: ai credenti cristiani si doveva imporre di circoncidersi per essere salvati da Dio? (Atti 15:1,2)

La circoncisione era in ambito giudaico la forma principale di religiosità esteriore. Si trattava di un insegnamento contrario a quanto Paolo aveva predicato nella regione della Galazia. (Galati 6:12,13) Paolo nota, che l’abuso dottrinale della circoncisione di certuni aveva creato difficoltà e turbamento ai galati. (Galati 1:7; 5:10)

Turbare vuol dire: agitazione, sconvolgere qualcuno, alterandone la serenità o l’equilibrio. I galati erano stati mandati in confusione e stavano per essere spinti al tradimento della fede cristiana. Si erano lasciati sedurre, portati sotto una cattiva influenza. (Galati 3:1) Erano diventati stanchi e frustrati in senso spirituale. Non erano in grado di manifestare gioia ed erano convinti di non avere  la benedizione di Geova.

E’ difficile incontrare un legalista felice, in pace con se stesso e con gli altri. Paolo mise in guardia Tito da “uomini insubordinati, inutili chiacchieroni e ingannatori della mente” che dovevano essere ripresi da uomini che lui doveva ordinare come anziani e pastori con specifiche caratteristiche spirituali e familiari. (Tito 1:5-10)

Il compito dei pastori è di proteggere il gregge da coloro che promuovono una mentalità legalistica, poiché nociva alla fede. Purtroppo, non è quello che fanno oggi molti pastori, anzi alcuni di loro sono fautori di opere legalistiche, di cui sono diventati essi stessi schiavi.

Come tdG dobbiamo stare in guardia contro coloro che impongono fardelli, pensieri e pratiche che possono indurre a seguire uomini e non Cristo. In congregazione, un’opera a doppio taglio è la quantità di tempo che ogni mese si deve registrare nel rapporto personale di servizio. L’opera di predicazione è una delle attività più importanti della vita cristiana.

Per questo motivo chi non ha una veduta equilibrata di quest’opera, può pensare che più ore predica e più è approvato da Dio e dai suoi rappresentanti terreni. Pensano che dedicando più tempo al servizio entrano in automatico a far parte di una categoria di eletti, dove i privilegi teocratici abbondano e la visibilità della propria immagine è garantita dalle interviste alle assemblee e dai discorsi che vengono assegnati agli oratori. Alcuni credono che chi predica poco non è un cristiano spirituale e chi non predica affatto non sarà salvato.

Il pericolo è di concentrarsi sull’opinione dei fratelli e sull’aspetto esteriore come fonti di approvazione. Per loro ciò che conta è l’apparenza. “Tutte le opere che fanno le fanno per essere visti dagli uomini”. (Matteo 23:5)

Alcuni si sentono vittime di abusi spirituali perché vengono esclusi da ogni incarico e privilegio sia in congregazione che alle assemblee. A volte a lamentarsi sono coloro che quando parlano dal podio, l’uditorio dorme, pensa ad altro o ride nel vedere quanto sono buffi nel parlare di Dio e della sua Parola.

Anche l’assegnazione delle parti agli stessi fratelli o ai soliti “raccomandati” è considerato un abuso.  L’essenza della loro vita spirituale è lo spettacolo spirituale.

Certe volte è penoso e disgustante assistere a certi discorsi sul matrimonio pronunciati da oratori che vivono una vita familiare disastrata; sentire parlare di predicazione da chi non si vede mai alle adunanze per il servizio di campo o predica poco; intervistare pionieri come esempi di integrità e moralità e alla successiva assemblea non vederli più perché sono stati disassociati; anziani giovani di primo pelo che danno consigli agli altri senza avere esperienza in merito e con poca sensibilità.

Le assemblee sono diventate un palcoscenico di recitanti, dove ognuno ripete quanto scritto sul canovaccio che gli è stato assegnato. Quante volte abbiamo sentito bei discorsi sugli inattivi. Tutte balle. I primi a non mettere in pratica ciò che dicono sono gli stessi anziani oratori.

Tutte queste ipocrisie che sentiamo dire da persone che non hanno libertà di parola o che hanno la coscienza sporca riguardo a quanto affermano dal podio, non sono abusi spirituali che costringono l’uditorio a sorbirsi prediche noiose e indigeste? Vere prese per i fondelli, che fanno stare male al termine di ogni assemblea o adunanza di congregazione.

Ci sono anziani che non proteggono il gregge quando sorge un problema. Per loro vale la regola del “non posso parlare”, basata sull’idea che se parla, tira fuori il problema e una volta fuori lo deve affrontare, soprattutto se il problema emerge durante la visita del sorvegliante.

Siccome molti amano vivere in una pace ipocrita, stanno zitti per paura che il problema diventino loro, in virtù del fatto che ne hanno parlato. Si finisce quindi con l’essere d’accordo con gli autori del problema facendo finta che tutto va bene. Sono come i profeti al tempo di Geremia, che dicevano: “C’è pace, c’è pace, mentre pace non c’è”.

Sappiamo di sorelle che per aver parlato del problema al sorvegliante, sono state emarginate e considerate ribelli alla pari di Izebel. La loro colpa? E’ quella di averne fatto una questione di stato, di non aver seguito le disposizioni, creando così tensione tra anziani e sorvegliante.

Agendo in questo modo, costringono chi ha subìto l’abuso a non parlarne più. Così la sorella reprimerà il dolore e la rabbia dentro di sé. Si ammalerà e tanti saluti alla verità. Eppure, in base a Giacomo 3:1 i maestri “ricevono un più grave giudizio”. In virtù della loro posizione, gli anziani e i sorveglianti, devono rendere conto più degli altri e non meno.

Abusi spirituali – settima parte

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